Le Borse bocciano l’eurotassa Merkel-Sarkozy

Vanno avanti. Di più: accelerano. Unite sotto la stessa bandiera anti-speculazione, Francia e Germania faranno calare all’inizio di settembre sul tavolo di Bruxelles la proposta di tassare le transazioni finanziarie. Come sempre, l’asse Parigi-Berlino detta all’Europa l’agenda, impone regole e coordinate, fa pesare tutto il proprio peso. Con l’aggravante, questa volta, che la riesumazione in salsa franco-tedesca della vecchia Tobin Tax, una specie di zombie finanziario che rispunta alla bisogna, è stata accolta dai mercati (e non solo) con lo stesso entusiasmo riservato a una cartella esattoriale. Idea da bocciare. Idea impraticabile. Idea pericolosa.
Se le Borse ieri non sono affondate, se le perdite sono state tutto sommato contenute (Milano ha perfino chiuso con un +1,27%), è solo perché le spinte al ribasso sono state attenuate dai buoni risultati trimestrali di alcuni big della grande distribuzione Usa. Quanto a Piazza Affari, è rimasta sopra la linea di galleggiamento grazie al recupero dei titoli bancari (che pesano per il 20% sull’intero listino), i più colpiti nelle scorse settimane dallo tsunami delle vendite, e alla bonaccia sui nostri titoli di Stato (lo spread Btp-Bund è sceso a 268 punti e i tassi sul decennale sono calati al 4,856%, sotto la spinta dei nuovi acquisti di bond italiani e spagnoli effettuati ieri dalla Bce).
Del resto, non una delle decisioni prese martedì scorso dalla coppia Merkel-Sarkozy poteva risultare digeribile ai mercati. Dalla bocciatura degli Eurobond, strumento che costringerebbe Berlino a un esborso supplementare di 47 miliardi di interessi ogni anno (il calcolo tiene conto di una maggiorazione di rendimento del 2,3% applicata al debito lordo della Germania, pari a 2.080 miliardi), al «no» opposto all’invito ad aumentare le «munizioni» del fondo salva-Stati; fino, appunto, alla volontà di introdurre la Tobin Tax. Arrivata come una doccia gelata sulla faccia di chi sta in piedi anche grazie alle transazioni finanziarie. Non solo speculatori, ma pure le banche, oppure le stesse società che gestiscono il circuito della Borsa e che in Borsa sono anche quotate. Un esempio? Con un crollo del 6% dei propri titoli, Deutsche Boerse ha subito provato sulla propria pelle l’effetto punitivo della proposta franco-tedesca. Reagendo subito con decisione: «La tassa sulle transazioni finanziarie non è adeguata ad aumentare stabilmente la sicurezza e l’integrità dei mercati finanziari», e inciterebbe a investire «su piazze e prodotti finanziari non regolati». Stessa musica dalla Federazione delle banche Bvr (l’Abi tedesca): «La tassa proposta è inadeguata a impedire le transazioni speculative».
Prese di posizione che trovano d’accordo Gianluca Verzelli, vicepresidente di Banca Akros: «Una tassa demagogica, inutile e dannosa - spiega al Giornale -; decisa oltretutto con un timing perverso e con l’idea che gli speculatori siano Dracula. Sarkozy e la Merkel fingono di dimenticare che oggi non esistono solo i mercati regolamentati, ma anche quello dei derivati, l’Over the counter (il mercato in cui è possibile acquistare e vendere al di fuori delle Borse valori ufficiali, ndr) e quello dei Cds (lo scudo contro il rischio default, ndr). Questa misura non avrebbe dunque alcun impatto sui grandi speculatori, in grado di aggirarla usando altri canali, ma piuttosto sul piccolo risparmiatore che fa magari del trading on line per comprare 1.000 Fiat. E poi - continua Verzelli - questa imposizione andrebbe condivisa da tutti, a livello globale. Se la adotta solo l’Europa, ha ancora meno senso». Infatti. Il governo inglese ha subito messo le mani avanti: «Qualsiasi tassa sulle transazioni finanziarie deve essere applicata a livello mondiale, altrimenti chi è interessato alle transazioni semplicemente si sposterà verso i Paesi che non l’applicano». Già in passato, peraltro, gli Stati Uniti avevano cassato la Tobin Tax proprio per la sua inapplicabilità a livello internazionale. Basterebbe infatti una Cayman qualsiasi, un piccolo paradiso fiscale, per far saltare tutto. «Occorre invece agire - conclude Verzelli - sulle sacche di opacità ancora presenti sui mercati, sulla scarsa trasparenza. Il crac di Lehman sembra non aver insegnato nulla».