Le Borse in picchiata per paura

Ribassi fino al 3% sui mercati, spaventati dalla crisi nel settore dei
mutui Usa: l’Europa brucia altri 268 miliardi di euro. Le banche
centrali scendono di nuovo in campo per aiutare gli istituti di
credito, mentre negli States gli economisti alzano le stime sui rischi
di recessione. <a href="/a.pic1?ID=198637" target="_blank"><strong>Bankitalia assicura: &quot;Non ci sono ragioni per allarmarsi&quot;</strong></a>

da Milano

Evitare la trappola. Uscire ora, finchè si è in tempo. Anche a costo di abbandonare il mercato con le ossa rotte. È questo il sentimento sempre più comune tra gli investitori, spaventati dall’ipotesi che la crisi negli Usa dei mutui a rischio di insolvenza si propaghi, come cerchi concentrici sull’acqua, a tutti i settori dell’economia. Non è ancora il «si salvi chi può», né una corsa suicida, da lemming, verso il baratro, ma la fuga dalle Borse sta continuando. Sempre più disordinata, con le perdite che si sommano ad altre perdite, con il valore dei listini sottoposto a forzata e abbondante liposuzione.
Dopo i forti ribassi di giovedì, per i mercati finanziari è stata ieri un’altra giornata di passione. Per quelli asiatici e soprattutto per quelli europei, costretti a sacrificare 268 miliardi di euro di ricchezza borsistica sull’altare delle vendite. Quattrini in fumo, da aggiungere ai 160 miliardi già evaporati nel corso della seduta precedente. In totale, 428 miliardi, cifra che incorpora le vendite - il cui bersaglio principale sono stati in prevalenza i titoli finanziari - e i ribassi dell’ultima seduta compresi tra il meno 1,5% di Francoforte e il meno 3,5% di Londra, la peggiore. Piazza Affari ha lasciato sul terreno il 2,5%, una ventina di miliardi di capitalizzazione e incassato a battenti chiusi il commento inevitabile della Consob (l’organo di vigilanza del mercato), che ha fatto sapere di aver avuto «ripetuti contatti con le altre autorità consorelle» e di avere in corso «un attento monitoraggio dell’andamento del mercato mobiliare». Anche l’andamento ondivago di Wall Street per gran parte della giornata, chiusa con il Dow Jones in calo dello 0,23% e il Nasdaq dello 0,45%, segnala tensioni difficili da assorbire.
E non potrebbe essere altrimenti. Anche a causa, paradossalmente, dell’improvviso interventismo delle banche centrali (alla Bce e alla Fed si sono aggiunte in mattinata anche la Banca del Giappone e la Federal Reserve australiana), scese ancora in campo per rifornire il sistema bancario della liquidità necessaria. Con l’effetto di amplificare la percezione da parte dei mercati di una situazione ben più critica rispetto al previsto, tale da portare a una contrazione del credito (il cosiddetto credit crunch) e tale, appunto, da richiedere più interventi da parte delle autorità monetarie per scongiurare il pericolo.
Ieri la Bce ha assicurato altri 61 miliardi di euro al sistema, con qualche variazione sul tema rispetto allo spartito di giovedì, quando aveva steso un cordone sanitario da quasi 95 miliardi di euro, una cifra inferiore solo a quella messa a disposizione subito dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre. Non tutte le banche che hanno bussato alla porta dell’istituto centrale sono però state soddisfatte: le richieste ammontavano infatti a 101 miliardi. Proprio l’entità complessiva delle domanda di denaro potrebbe aver reso ancor più inquieti gli investitori, nonostante il presidente dell’Eurotower, Jean-Claude Trichet, abbia spiegato che la liquidità fornita è la prova che la Banca centrale sta seguendo i mercati.
Allo stesso modo anche l’atteggiamento della Federal Reserve ha finito per aumentare il nervosismo della Borsa di New York. La banca guidata da Ben Bernanke si è mossa in tre tappe: a una prima iniezione da 19 miliardi di dollari, ne è poi seguita un’altra da 16 miliardi e una terza, in serata, da tre miliardi. Mentre il successore di Alan Greenspan è sempre più nella bufera per aver dato troppo peso all’inflazione e troppo poco ai pericoli di una crisi sistemica derivanti dal settore del credito e si ipotizza un clamoroso cambio di rotta nella politica monetaria, gli economisti interpellati dal Wall Street Journal avevano alzato le stime sui rischi di recessione nell’arco dei prossimi 12 mesi ancora prima dell’ondata di vendite che sta scuotendo le Borse. Per i mercati, una previsione quanto meno indigesta.