Bossetti contrattacca: «Su di me solo falsità Voglio parlare col pm»

Inchiesta tutt'altro che chiusa. Il caso «Yara» resta più aperto che mai. Tra indagini infinite, controlli, confronti e raffronti, carabinieri da una parte, poliziotti dall'altra- in mezzo esperti genetisti, dichiarazioni, smentite e silenzi- il il giallo che sembrava risolto rischia di trasformarsi in un feuilleton infinito. Come assistere a una riedizione di Cogne, a un Garlasco bis, piuttosto che a un'«Amanda e Lele». Dove le verità si confondono in una nebbia di indagini «imperfette», indizi precari, tessere di mosaici che non sempre collimano. Annamaria Franzoni, condannata in via definitiva per l'omicidio di un figlio, ancora adesso, da quasi libera, ripete la sua innocenza. La prova provata che fosse lei la colpevole, in fondo, non s'è mai trovata.
Giuseppe Bossetti, il muratore dagli occhi di ghiaccio, accusato di aver ucciso in una gelida sera d'autunno la tredicenne di Brembate, ripete lo stesso refrain. «Sono innocente». In cella da oltre due settimane, dopo aver rinunciato a tentare l'«evasione» attraverso le maglie del tribunale del Riesame, adesso chiede di essere interrogato. Avrebbe qualcosa da dire, non più al Gip, -come ha già fatto- ma alla pm che gli ha dato la caccia per tre anni e mezzo. Patrizia Ruggeri, quella che ne ha chiesto l'arresto. Bossetti da qualche giorno è un po' meno isolato nel carcere di Gleno. Può guardare la tv e leggere i giornali. Ne ha sentite troppe sul suo conto. Ma anche sul resto della vicenda. Notizie a suo dire «sbagliate, inesatte alle quali controbattere». Per questo vuole incontrare il giudice. Accontentato. Dopodomani, sarà ascoltato. La conferma arriva dal suo avvocato, Claudio Salvagni, ex finanziere campione di canottaggio. Lui spiega come sia stato il suo cliente a chiedere di poter «dimostrare la propria estraneità nel delitto». Dietro a questa istanza non vi sarebbe «nessuna ipotesi, peraltro prematura, di voler procedere con il rito abbreviato, ma solo la volontà di far emergere la verità», precisa il legale. «Vuole fornire indicazioni a suo discarico. Si tratta di un caso molto complesso -prosegue il legale- che non può basarsi unicamente sulle prove del Dna. Materiale che sugli indumenti della vittima potrebbe esserci finito anche per caso. È un indizio importante, certo, ma non una prova assoluta».
L'accusa, intanto, continua a cercare postulati per dimostrare il teorema. Anche qui, non senza difficoltà. I Ris esaminano furgone e auto del sospettato numero uno a caccia di tracce, pc e tabulati. Nel frattempo sembra che i peli (o capelli) trovati sul cadavere non appartengano all'accusato. Dunque? Se è stato davvero lui ha agito con un complice? O addirittura più di uno?.
«È molto provato- racconta il suo avvocato-. Tuttavia è abbastanza sereno e convinto ad andare avanti per questa strada, alla ricerca della verità che lo potrà scagionare. In situazioni del genere, chiunque, a questo punto sarebbe crollato e avrebbe confessato ma lui non può confessare un delitto che non ha commesso». Questione di ore ormai. Se il giudice non gli crederà, a questo punto, la difesa potrebbe tentare il ricorso al tribunale della libertà. D'appello.

Commenti

Raoul Pontalti

Dom, 06/07/2014 - 17:58

Certo su di te solo falsità sono state dette, a cominciare dal cognome...