Bossetti racconta la sua verità: "Così il Dna è finito su Yara"

Il muratore accusato dell'omicidio della ragazza dà una spiegazione per la traccia trovata sugli indumenti della vittima. Ma la Pm non gli crede

Tre ore di faccia a faccia. Da una parte Massimo Giuseppe Bossetti, ex «ignoto 1»; di fronte Letizia Ruggeri, la pm che da tre anni e mezzo sta dando la caccia all'assassino di Yara. Accanto un colonnello e un maggiore del Ros dei carabinieri e gli avvocati difensori del muratore in cella da tre settimane come presunto mostro.
Il registratore acceso sul tavolo di una stanzetta per colloqui del carcere di Gleno, però, «verbalizzerà» poco. Deluso chi si attendeva, o anticipava clamorose novità. Rivelazioni, pentimenti, accuse, colpi di scena. In questa sciarada noir la partita si gioca, e si giocherà, sui dettagli. Quelli delle perizie tecniche e quelli di un quadro indiziario basato su una minuscola traccia di Dna e celle telefoniche. Secondo gli investigatori- che hanno passato al setaccio quasi 20mila profili genetici- la firma del colpevole, dell'uomo che in una sera d'autunno del 2010 rapì e uccise la ballerina tredicenne di Brembate.
Lui, l'insospettabile padre di famiglia quarantatreenne, carpentiere di Mapello dal passato cristallino, forse addirittura troppo per sembrare vero, anche ieri non è crollato. Come forse più di uno avrebbe sperato. Tantomeno ha fatto nomi di fantomatici complici o d'altri potenziali presunti assassini. «Semplicemente perché non può raccontare ciò che non sa», spiega Claudio Salvagni, uno dei suoi due legali. Bossetti lo ha sempre sostenuto dopo i silenzi dei primi giorni: «Non ho ucciso Yara, nemmeno la conoscevo, il mio tempo l'ho sempre e solo trascorso tra casa, famiglia e lavoro».
Dunque nessuna confessione, nemmeno il tentativo di gettare ombre su qualcun altro, ieri, da parte sua. Probabilmente nemmeno la pm Ruggeri aveva sperato in qualcosa di più. La tesi dell'accusa, o meglio il teorema ancora in cerca di dimostrazione, è sempre quello. Agli atti, probabilmente, manca qualche intercettazione ambientale non ancora prodotta ma che potrebbe suffragare alcuni indizi, certo è che la prova regina, l'unica al momento seria, resta quella del Dna. Come c'è finito sugli indumenti della vittima? «Il nostro cliente ha proposto una risposta alternativa rispetto a quella adombrata dalla procura per la presenza delle sue tracce biologiche sugli indumenti della vittima, ma per il momento la questione è protetta da segreto istruttorio», spiega l'avvocato Claudio Salvagni. Sembra che la procuratore Ruggeri non sia rimasta particolarmente colpita dalle spiegazioni dell'indagato. Che nessun dubbio le sia stato instillato. Dunque? Toccherà alla difesa smontare il quadro accusatorio. A cominciare da quella traccia che inchioderebbe Bossetti e sulla quale adesso lavora la genetista di parte Sarah Gino, la stessa impegnata nel caso di Amanda e Lele. Non è ancora certo- spiegano i legali- che la macchia sia necessariamente di sangue. Non l'unico dubbio. A quanto pare in questi tre anni e mezzo di indagini nessuno avrebbe confrontato altre due tracce di Dna, quelle di un maschio e di una femmina, repertate su un guanto di Yara. magari anche da quelle avrebbe potuto spuntare il nome di un killer «alternativo».
«Questa è una indagine pazzesca e non possiamo credere di poterla smontare in una settimana», commenta l'avvocato di Bossetti. Certo è che adesso chiederà la ripetizione del test del Dna. In attesa dei risultati delle nuove perizie. Che arriveranno a fine luglio.

Commenti

Raoul Pontalti

Mer, 09/07/2014 - 15:57

Se si è estranei a siffatto delitto non si possono proporre soluzioni alternative alla presenza del proprio DNA sulla scena criminis, ma rispondere solo "non so".