Bossi punta sullo sciopero del lotto

Il Carroccio lancia la sua prima iniziativa di protesta fiscale: basta soldi ai giochi di Stato e autoriduzione di 10 euro dalle tasse. Intanto Padoa-Schioppa <strong><a href="/a.pic1?ID=201943">propone agli italiani una tregua fiscale</a></strong>

Roma - «Gratti tu e vince Prodi. Io non gioco più», sintetizzano con una battuta Umberto Bossi e Roberto Calderoli durante la lunga riunione di via Bellerio in cui la Lega cerca di mettere nero su bianco le quattro o cinque iniziative della sua protesta fiscale. Già, perché di idee ce ne sono molte e il problema è soprattutto quello di proporre iniziative che da una parte non danneggino il cittadino (come accadde nel ’93 ai leghisti che seguirono Bossi nello sciopero del canone Rai) e dall’altra possano essere raccolte senza imbarazzo dagli alleati.
Così, per il momento di certo c’è solo quello che il Senatùr ribattezza «lo sciopero delle lotterie». Sarà questo, infatti, il primo punto del pacchetto contro «il fisco iniquo», con il leader leghista che già sulla Padania di oggi inviterà a non giocare più al lotto e alle lotterie, fonti di ingenti entrate per lo Stato. «Per due ragioni», spiega ai suoi. Intanto «perché comunque il cittadino non vince mai» e poi perché «il gioco rovina le famiglie». D’altra parte, una decina d’anni fa Bossi aveva definito le lotterie «fabbriche di sogni» e «strumenti di diseducazione».

Del gruppo di lavoro che si riunisce a via Bellerio fanno parte una decina di dirigenti, da Calderoli a Roberto Maroni, passando per Roberto Castelli, Giancarlo Giorgetti, Roberto Cota, Federico Bricolo, Rosy Mauro, Luca Zaia, Giampaolo Dozzo e l’ex sottosegretario all’Economia Daniele Molgora, che fa un po’ da coordinatore dei vari sottogruppi. Non tutti, però, sono convinti che quella dello sciopero delle lotterie sia una buona idea. Per due ragioni in particolare. «In primo luogo - fa notare un dirigente del Carroccio - perché è difficile convincere chi ha la malattia dell’azzardo a farne a meno. Ma soprattutto perché la contabilità di questi giochi è in mano allo Stato che sarà l’unico titolato a dire se la protesta è fallita o no. E sappiamo già come andrà a finire...». Tutte perplessità fugate dal Senatùr, più che convinto che sia questa la strada per «dare un segnale molto forte».

Delle altre ipotesi si parla invece in maniera meno articolata, anche perché il gruppo di lavoro si è aggiornato a mercoledì della prossima settimana. Di certo c’è l’intenzione di non limitarsi alle partite Iva e di coinvolgere nella protesta anche i lavoratori dipendenti. Mentre sembra quasi sicuro che del pacchetto farà parte anche un’autodiminuzione delle tasse di dieci euro. Se non si supera questa cifra, infatti, non arriva alcuna cartella esattoriale perché l’errore non giustifica un procedimento di recupero del credito.
A via Bellerio, però, si parla anche di quella che viene definita la «strumentalizzazione mediatica» delle parole di Bossi. Il contesto della protesta, infatti, secondo chi è presente alla riunione è «fin troppo chiaro». Insomma, è il ragionamento di Bossi, visto che «abbiamo ripetuto più volte di voler mettere in atto una protesta legale» è evidente che «c’è qualcuno che fa finta di non capire». Una critica che il Senatùr non può non rivolgere anche al Quirinale, vista la bacchettata di domenica sera. «Ma quali fucili, la rivolta fiscale - dice - non la si fa certo con le armi». Insomma, a passo Ca’ San Marco il leader della Lega ha solo risposto con «una battuta» a chi tra i militanti chiedeva di usare le maniere forti. E su questo «è stato allestito un processo mediatico». «Visto che fanno tanto i sottili sulle mie parole - attacca - che vengano loro a spiegare alla gente perché ci sono tante tasse, vengano loro a calmare la rabbia che monta tra i cittadini».

E che la Lega non abbia gradito l’appello del Quirinale appare chiaro dalle parole di Calderoli e Castelli. Con il primo che invita Giorgio Napolitano a richiamare «anche il governo per dire stop alle tasse» e il secondo a ricordare che se il Colle «si preoccupa quando Bossi parla di fucilate in senso metaforico», tace invece quando «la sinistra santifica i brigatisti e invita gente che ha usato pallottole vere per uccidere persone in carne e ossa a tenere lezioni all’università». È fin troppo chiaro, insiste Cota, che quella di Bossi era «una metafora forte» per porre l’attenzione su «un problema serio che la gente sente moltissimo». Insomma, per usare le parole di Maroni, «i fucili non servono, ma qualche calcione ben assestato a chi ha fatto quel che ha fatto lo vorrebbero dare in molti».

Le parole di Bossi, in qualche modo, sembrano tranquillizzare gli alleati. «Chiariscono ciò che intendeva dire», spiega il vicecoordinatore di Forza Italia Fabrizio Cicchitto. E dunque «basta con le esercitazioni strumentali». Silvio Berlusconi, rientrato ieri in Sardegna, starebbe valutando con interesse l’idea di Bossi, ma chiede che la coalizione sia unita in vista delle scadenze autunnali. Da An il capogruppo al Senato Altero Matteoli liquida quella del Senatùr come una «battuta comiziale».