Bufale & camorra: lady Vallanzasca finisce in manette

Milano La pupa del gangster. Questo ruolo a Antonella D'Agostino stava stretto. Essere la donna di Renato Vallanzasca le piaceva, per quel po' di celebrità che solleticava la sua vanità femminile. Ma lei, Antonella, non è una delle tante sciroccate che si innamorano della canaglia vista in televisione. Lei con il Renè ci è cresciuta. Mentre lui assurgeva al suo ruolo di boss da ergastolo e da rotocalco, anche lei ci dava dentro. E adesso, in qualche modo, corona il suo sogno. Mentre Vallanzasca invecchia nel suo personale Sunset boulevard, tra le notti in cella e i giorni in lavori improbabili, è lei a finire in galera per associazione a delinquere di stampo mafioso, con un posto da protagonista nell'inchiesta che nel triangolo tra Frosinone, Latina e Caserta scoperchia l'inquietante, inedito intreccio tra malavita e latticini: le mani della camorra sulla mozzarella di bufala.
La cosa imbarazzante è che i guai giudiziari di Antonella - bionda platinata, lingua lunga, carattere fumantino - si riverberano inevitabilmente sul marito Vallanzasca, anche lui intercettato dalla Squadra Mobile ciociara, e che da re delle rapine rischia dalla vicenda di essere malinconicamente declassato a re delle bufale: anche se poi a ben leggere, a cercare di tirarlo in ballo in un improbabile progetto di export a Milano sono gli amici della moglie, e lui più che altro cerca di essere gentile, «certo, se è buona come quella che mi avete fatto assaggiare...», ma non si sbilancia più di tanto, e la cosa muore lì: anche se per qualche mese, quando l'anno scorso lavorava in un banco lotto sotto la redazione del Giornale, Vallanzasca aveva potuto osservare, giusto due vetrine più in là, l'andirivieni dei clienti in uno dei templi dello smercio di bufala fresca a Milano; e magari un pensiero a tuffarsi nel business dei latticini l'aveva anche fatto.
Invece è rimasto nel suo tran tran da semilibero, unica variazione il cambio di lavoro, dal banco del lotto ad un impiego all'Idroscalo. «Non ho più voglia di correre. Per questo non scapperò più», aveva detto tre anni fa ai cronisti, mentre aspettava l'udienza per la semilibertà: e già allora colpivano, nell'ex bandito, i segni della vecchiaia, gli occhi ormai di un azzurro sbiadito. La moglie, la platinata Antonella, per le cronache era una figura gregaria, un elemento di contorno. Certo, ai cultori della Milano nera la storia di questa ragazza cresciuta nel Lorenteggio violento degli anni Settanta, e poi parrucchiera in via della Spiga accanto al negozio di tappeti di Francis Turatello, poteva suscitare curiosità. Ma per le cronache popolari lei non era altro che la moglie di lui. La vecchia pupa del vecchio gangster.
E invece ora si scopre che mentre Renè ingrigiva all'Idroscalo, a darsi da fare era lei, Antonella: che dalle parti di Mondragone ha le sue radici, e che i rapporti con la terra di origine non li ha mai recisi. Secondo il mandato di custodia eseguito all'alba di ieri, trafficava con il clan di Giuseppe Perfetto, a sua volta legato al clan La Torre. Gente, secondo l'accusa, abituata a «strozzare» commercianti e imprenditori, e a impadronirsi poi delle loro aziende: ed è nell'operazione destinata a razziare un albergo che i poliziotti si erano per la prima volta imbattuti in lady Vallanzasca. L'albergo era l'International di Mondragone, dove nell'agosto 2012 Antonella D'Agostino, improvvisatasi saggista, aveva presentato il suo libro-biografia su Francis Turatello. Ma intanto tramava per scippare l'albergo al proprietario in difficoltà: «La nuora ha appena partorito, che ce ne frega! Questo è proprio un uomo inutile, non ho parole per questo deficiente! Questo è proprio un lordo, un coso lordo!».
E così, la vita di coppia si ribalta: quando si erano sposati lui era in galera e lei libera, e si era presa l'onere dei permessi di colloquio, dei pacchi, dei vaglia. Adesso che lui è sulla soglia della libertà, in cella ci finisce lei.