La bufera finanziaria

da Milano

Ieri tre istituti libici, Central Bank of Lybia, Lybian Investment Authority e la Lybian Foreign Bank, hanno acquistato sul mercato una quota aggiuntiva di Unicredit, prima banca italiana, raggiungendo il 4,23% del capitale. Questo dopo aver raggiunto un accordo, la settimana scorsa, per partecipare all'aumento di capitale dell'istituto guidato da Alessandro Profumo, attraverso il bond convertibile, fino ad un potenziale ammontare di 500 milioni di euro. Unicredit si è detta soddisfatta dell’investimento. Resta il fatto è che i libici diventano secondi azionisti del gruppo.
Gli investitori esteri si fanno avanti per comprare le grandi aziende italiane a prezzi da saldo (il valore di Borsa di Unicredit è sceso del 63% in un anno) e la prospettiva di veder andare oltrefrontiera il controllo dei gioielli nazionali impensierisce sempre di più le autorità e i manager. Come possibili obiettivi, oltre a Unicredit, ci sono più o meno tutti i colossi della Borsa. Prima di tutto Telecom, controllata da Telco, principale azionista con solo il 23,6% del capitale. Dopo esser passata di mano tre volte in meno di dieci anni ora si può comprare, grazie a un calo di Borsa del 60% in un anno, sborsando (per rilevare una quota del 30%) 3,6 miliardi di euro. La lista comprende anche l'altra principale banca italiana, Intesa Sanpaolo (di cui la Compagnia di San Paolo detiene solo l'8% del capitale), giù del 46% rispetto a un anno fa, la Fiat (controllata da Ifi-Ifil con il 30,4% del capitale), giù del 55%, e soprattutto Parmalat, che ha un azionariato diffuso, senza nucleo di controllo, capitalizza 2,6 miliardi (basterebbero meno di 800 milioni per controllarne il 30%) e ha in cassa oltre un miliardo di liquidità, con la quale gli scalatori potrebbero tranquillamente ripagare l'investimento. E non mancano, in teoria, pure i due pesi massimi della Borsa, Enel ed Eni, due aziende strategiche che ai valori attuali (sono giù, rispettivamente del 32% e del 38% ) possono essere controllate spendendo cifre sì imponenti, attorno ai 12 miliardi di euro, ma comunque tranquillamente alla portata di alcuni investitori internazionali, i cosiddetti fondi "sovrani". Sono le strutture finanziare controllate da governi stranieri, soprattutto asiatici e mediorientali, con portafogli nell'ordine delle centinaia di miliardi di dollari, basti pensare che il solo Abu Dhabi investment authority, che a fine 2007 s'è comprato il 4,9% dell'americana Citigroup per 7,5 miliardi di dollari, ha un patrimonio da 900 miliardi di dollari. Non stupisce dunque che, dopo gli ultimi crolli di Borsa, si sia alzato l'allarme vulnerabilità per le aziende Italiane. Alle prese di posizioni del premier Silvio Berlusconi, e poi del ministro dell'Economia Giulio Tremonti, che hanno prospettato una revisione delle norme che regolano le scalate ostili, ieri si sono aggiunti i commenti di due manager di primo piano: Gabriele Galatei di Genola, presidente di Telecom e Marco Tronchetti Provera, presidente di Pirelli ed ex presidente della compagnia telefonica italiana. «Credo che sia ragionevole la preoccupazione di interventi finanziari da parte di chi ha grandi disponibilità in momenti di mercati in difficoltà come questi» ha detto Galateri. E Tronchetti Provera ha affermato: «la passivity rule (le norme che regolano i comportamenti delle società in caso di scalate ostili ndr) può essere in qualche modo rivista, per dare la possibilità anche di illustrare il vero valore delle aziende a tutti gli azionisti».