Bufera più lontana, c'è aria di ripresa

Nella Costituzione europea non c'è alcun cenno della matrice cattolica. Eppure, nei comportamenti della Commissione Ue in materia economica sta avvenendo una sorta di conversione religiosa: dal rigore luterano al cattolicissimo «si fa ma non si dice». Per paradosso, questa conversione è merito (o colpa: a seconda dei punti di vista) della crisi economica. Qualche timido, timidissimo segnale di ripresa c'è, anche perché sembra che l'Europa abbia davvero toccato il fondo. Per esempio è aumentato dell' 0,1% il fatturato delle imprese a maggio rispetto al mese di aprile. Lo ha detto ieri anche il governatore di Bankitalia Ignazio Visco, lo conferma questo sottile cambio di strategia della Ue.
Qualcuno sostiene che la ripresa sia un fatto psicologico. Siamo lontani dal pessimismo cosmico di Mario Monti dell'anno scorso, che dopo averci affogato di tasse disse che nel 2013 avremmo visto la luce in fondo al tunnel. Previsione sbagliata, come la sua strategia economica (e gli effetti si vedono...), viene tutto rimandato al 2014. Anche un fanatico dell'austerity come il premio Nobel Paul Krugman se n'è accorto che il rigore ha finito per appesantire gli effetti della crisi.
Oggi la situazione è diversa. Grecia e Portogallo hanno incassato dilazioni nel riequilibrio dei rispettivi bilanci, impensabili soltanto 12 o 24 mesi fa. Due anni fa, l'Italia venne obbligata ad introdurre l'azzeramento di bilancio (il governo Berlusconi cadde su quell'impegno) quando oggi Francia, Spagna ed altri sono lontani dal rispetto di un deficit al 3%. La Bce non ha speso un euro del suo programma di acquisto di titoli pubblici, eppure con quello strumento è ormai considerata alla stregua di banca di ultima istanza. In questo caso, la formula s'è ribaltata: si dice, ma non si fa.
La Francia è in subbuglio perché deve fare una manovra da 4 miliardi per non avvicinarsi troppo ad un deficit del 5% del pil. L'Italia deve trovare i miliardi necessari per consentire la cancellazione dell'Imu sulla prima casa e lo slittamento dell'aumento di un punto di Iva, cercando ad ogni costo di restare sotto il 3% sul Pil. Oggi è previsto un incontro tecnico tra maggioranza e governo per elaborare le modifiche necessarie.
In realtà, la Commissione Ue sa benissimo che l'obiettivo italiano è difficile da raggiungere (il pil cala più del previsto), così come quello francese (ma anche spagnolo, greco, portoghese, olandese). Ma non interviene. Il silenzio continentale durerà fino al 22 settembre, data delle elezioni politiche in Germania. Fino a quel momento, le istituzioni sembrano preferire la linea del «si fa, ma non si dice». E solo dopo l'appuntamento elettorale tedesco sarà possibile codificare ed introdurre linee di maggiore flessibilità di bilancio nell'Eurozona.
Maggiore flessibilità inevitabile che coinciderà con i primi segnali (labili) di ripresa. Se questa maggiore flessibilità si concretizzerà in una nuova riforma del Patto di stabilità e di crescita è tutto da vedere. Di certo, quando venne modificato nel 2005 la crisi dell'epoca era un refolo rispetto alla tempesta attuale.
Su un elemento, però, concordano tutti gli economisti: la ripresa non produrrà occupazione. Lo si legge in controluce anche nelle conclusioni del G-20 di Mosca. Un comunicato da cui traspare tutta la preoccupazione di come l'assenza di lavoro possa innescare tensioni sociali. Per evitarle, è necessario avere coraggio ed introdurre riforme strutturali. Ma ai governi il coraggio lo danno le maggioranze che li sostengono.