C'è giustizia per l'assessore: «Non finge, ha la Sla»

Lo avevano persino accusato di essersi inventato la malattia, di non avere davvero la Sla e di millantare cure improbabili. Ma Mario Melazzini, assessore regionale lombardo, purtroppo per lui la Sla ce l'ha davvero. E un giudice lo ha assolto dall'accusa di «abuso della credulità popolare» nata dalla denuncia di un comitato, che aveva ritenuto intollerabili le sue dichiarazioni a favore di terapie alternative a quelle ufficiali.
Melazzini - formigoniano doc, assessore alle Attività produttive - aveva spiegato pubblicamente di curarsi con le cellule staminali, e di avere persino notato qualche miglioramento. Melazzini - che è lui stesso medico - non aveva pesato sul sistema sanitario nazionale. Ma ugualmente era finito nel mirino del comitato «16 novembre», una delle associazioni di malati di Sla, che lo aveva accusato di propagandare una cura da ciarlatani.
Poiché, ricordavano gli esponenti del comitato, di Sla non si guarisce, se Melazzini ha dato segni di miglioramento vuol dire che non è davvero malato. «O si è di fronte a un miracolo oppure Melazzini non ha una forma grave di Sla e le voci sul trattamento infondono solo false speranze ai malati». Così l'intero processo si è mosso nel terreno delicato dove convivono i drammi dei malati, le speranze razionali o irrazionali, le presunte certezze della scienza ufficiale. E il giudice ha dato ragione all'assessore. Melazzini non ha ingannato nessuno, ha scelto da sè il proprio destino, e questo è un diritto che a nessuno si può togliere.
La Procura di Pavia aveva dapprima iscritto Melazzini nel registro degli indagati ma poi aveva chiesto il suo proscioglimento. Ma i battaglieri esponenti del «16 novembre» si erano opposti alla richiesta di archiviazione. Così si è dovuta tenere l'udienza preliminare. Melazzini, insieme al suo difensore Salvatore Stivala, ha dovuto presentarsi e discolparsi. Ha ricostruito il suo percorso di malato, ha indicato i medici che lo hanno seguito. La Procura ha ribadito la richiesta di assoluzione. E il giudice preliminare Erminio Rizzi ha archiviato tutto con una motivazione che pur mostrando scetticismo sull'efficacia delle cure con staminali, sancisce il diritto di Melazzini a curarsi come gli aggrada.
Nella sua ordinanza il giudice spiega che «fintantoché il Melazzini si è limitato a divulgare la metodologia e il risultato dei suoi esperimenti in ambito ospedaliero o accademico» non si può accusarlo di avere ingannato nessuno; diverso, per il giudice, sarebbe il discorso per le interviste in cui l'assessore racconta il proprio percorso, e che in teoria potrebbero avere suggestionato qualcuno. «Tuttavia occorre considerare che l'indagato, narrando della propria convinzione e della cura auto-sperimentata è sempre stato molto accorto nel non sopravvalutare l'efficacia terapeutica di questo nuovo protocollo, sottolineando che non vi è alla stato alcuna evidenza scientifica che possa ricondurre i suoi limitati miglioramento alla cura e non ad un mero effetto placebo della cura o ad una particolare forma della propria patologia ad oggi ancora poco nota». L'effetto placebo esiste, dunque. E anche le patologie inesplorate.
D'altronde «l'indagato risulta avere testato la cura solo ed esclusivamente su di sè e in una struttura che, se pure convenzionata, mantiene lo status di clinica privata. Nessun impiego di denaro pubblico risulta pertanto essere ipotizzabile. Quanto al diritto dell'ammalato di determinare liberamente come curarsi, quindi anche sperimentando su di sè, tale diritto risulta pacificamente costituzionalmente tutelato». E acquisire la cartella clinica di Melazzini, come chiede il comitato, «non avrebbe alcuna effettiva utilità investigativa e si tradurrebbe in un vano e quindi odioso vulnus al diritto alla riservatezza della persona».