La capitale dello spritz vieta l'alcol

Lo sceriffo numero uno del centrosinistra, Flavio Zanonato, ha lasciato il segno. A Padova, in mano ora al sindaco reggente Ivo Rossi, candidato alla riconferma alle imminenti amministrative, si usa ancora il pugno di ferro per combattere il degrado dilagante in centro. E così, dopo l'esperienza muscolare del muro di via Anelli contro criminalità e immigrazione clandestina, ora è partita la crociata contro gli alcolisti, forieri di disagi inenarrabili per chi abita o solo passa dalle parti della stazione: nel raggio di due chilometri e mezzo un'ordinanza comunale vieta di vendere per asporto ogni tipo di bevanda alcolica.
Nella capitale dello spritz questo severo provvedimento non è stato preso benissimo. Non perché non sia avvertita l'esigenza di ripulire le strade di Padova dai personaggi poco raccomandabili che rendono impossibile la vita, quanto piuttosto perché il sindaco e l'assessore al commercio, Marta Dalla Vecchia, sono ritenuti responsabili di non aver valutato bene le conseguenze economiche dell'ordinanza. E anche perché il divieto è stato esteso fino a piazza Mazzini e alle vie circostanti, arrivando a interessare qualcosa come 75 negozi e pubblici esercizi. Morale della favola, il presidente di Confcommercio Padova, Patrizio Bertin, ha chiesto il ritiro immediato dell'ordinanza. E il Comune si è preso un paio di giorni di tempo per riflettere sulla decisione. Magari sorseggiando uno spritz rassicurante.
«Noi ci rendiamo perfettamente conto che bisogna contrastare il fenomeno dei balordi che bivaccano dalle parti della stazione - ha spiegato Bertin - ma non riteniamo accettabile che a pagare il conto siano i commercianti. L'amministrazione si è dichiarata disponibile a valutare i nostri suggerimenti e a fare un passo indietro».
«Per quanto riguarda l'area di piazza Mazzini - recita una nota del Comune - ci impegneremo a una riflessione circa strumenti diversi. Eventuali futuri provvedimenti avranno il fine di salvare al contempo l'esigenza di un maggiore ordine e decoro urbano e dall'altra eliminare o ridurre al minimo gli eventuali mancati introiti per le attività commerciali delle realtà presenti nella zona no alcol».
Se i bar sono forse i meno colpiti, visto che un bicchiere sul posto si può ancora bere, a subire i danni maggiori sono i supermercati e i negozi di alimentari. Proprio in stazione c'è un supermercato Despar che è stato costretto a togliere dagli scaffali circa 500 prodotti, tra vino, birra, superalcolici, che non possono più essere venduti. Paul Klotz, amministratore delegato Despar, ha rivelato al Mattino di Padova che questo giochetto è già costato il 20 per cento del fatturato. «E siamo stati costretti - ha aggiunto - ad avviare la procedura di mobilità per due dei nostri 25 dipendenti».
Sconcerto anche tra i viaggiatori che hanno provato ad acquistare una lattina di birra prima di salire in treno. «Ci dispiace - hanno risposto i gestori del bar che, per ogni evenienza, hanno provveduto a mettere bene in vista il testo dell'ordinanza - ma non possiamo vendere la lattina chiusa. Se vuole può berla solo al tavolo». I clienti, rassegnati, hanno preso atto e sono ripartiti.
Anche a Genova il sindaco Marco Doria, pure di centrosinistra, ha firmato due ordinanze che limitano la somministrazione e la vendita per asporto di bevande alcoliche a Sampierdarena e in alcune vie del centro storico. Il problema è che facendo sparire le bottiglie dalle zone incriminate non si cancellano automaticamente gli ubriaconi, capaci di procurarsi la materia prima in altri modi. In compenso si rischia di mettere in ginocchio quello che resta di un commercio già piegato dalla crisi. Ed è per questo che, in caso di mancata retromarcia comunale, l'Ascom padovana ha già annunciato che porterà gli emuli dello sceriffo davanti al Tar.