Casa al Colosseo, Scajola assolto L'indagine gli costò il ministero

L'ex titolare dello Sviluppo prosciolto dall'accusa di finanziamento illecito. Nel 2010 l'apertura dell'inchiesta lo costrinse alle dimissioni: "Fatta verità"

Il deputato del Pdl Claudio Scajola

Roma - Assolto. Claudio Scajola si beve la sentenza, nell'aula del tribunale di Roma e gli angoli della sua bocca si piegano all'ingiù. Forse, sulla gioia prevale l'amarezza. È commosso.
Si sgonfia con quelle parole del giudice monocratico Elisabetta Santolini, «il fatto non costituisce reato», il processo per la storia clamorosa della casa sul Colosseo, con l'accusa di finanziamento illecito da parte dell'imprenditore Diego Anemone, prosciolto per prescrizione del reato. E vengono respinte le pesanti richieste dei pm Ilaria Calò e Roberto Felici: 3 anni di pena per ambedue e una maxi multa di 2 milioni di euro.
L'ex ministro e parlamentare Pdl ha seguito una per una tutte le udienze, fino a quest'ultima. È ancora nell'aula quando parla al cellulare con Silvio Berlusconi, subito dopo aver dato la notizia ai familiari: «Ho sempre detto la verità - gli dice -. Questo processo non doveva neanche cominciare perché era tutto prescritto. La decisione del giudice di assolvermi assume ancora maggior valore».
Arrivano altre telefonate, amici che vogliono complimentarsi come Fedele Confalonieri e Niccolò Ghedini. Lui parla con tutti, è come un fiume in piena. E la parola che torna in ogni frase è «verità». Ai giornalisti racconta che l'ottimismo si è sempre accompagnato al rispetto per la magistratura. Alle 5 di mattina ha mandato un sms alla moglie, per tranquillizzarla: «La verità, prima o poi, viene sempre fuori».
È andata proprio così, ma Scajola non dimentica quei giorni di maggio 2010, quando nel pieno dello scandalo scelse di dimettersi da titolare dello Sviluppo e di uscire dalla vita politica, mentre quella frase sul denaro per la casa forse pagato «a sua insaputa», diventava un must della satira politica. Frase, si è difeso in aula, «da me mai pronunciata».
L'appartamento di via Fagutale nel 2004 era stata pagato circa 610mila euro da Scajola, attraverso un mutuo. Ma per i pm il suo valore era ben più alto, 1 milione e 700 mila euro, e oltre 1 milione l'avrebbe pagato Anemone, in 80 assegni circolari della Deutsche Bank. Non a Scajola, però, ma alle proprietarie della casa, le sorelle Papa, tramite l'architetto Angelo Zampolini. Per l'accusa l'imprenditore, finito nell'inchiesta per gli affari del G8 di Genova, avrebbe anche pagato e realizzato i lavori di ristrutturazione per 100mila euro, finiti nel 2006. Su di lui rimangono le ombre, per la prescrizione. Ma Scajola può gridare vittoria: per lui la cifra era congrua, trattandosi di un mezzanino, i lavori li ha invece pagati lui e non ha mai fatto favori a nessuno.
Rimane, però, l'amaro in bocca. «Tre anni e 9 mesi di sofferenza che nessuno mi restituirà più. Mi sono dimesso da ministro perché mi sono reso conto che qualsiasi cosa dicessi per difendermi non risultava credibile, anche se era la verità. Mi hanno attaccato da tutte le parti e così ho preferito fermarmi, aspettare e stare zitto». Ora parla, invece, anche se non vuole anticipare mosse future. «Mi ha fatto male non essere creduto o leggere cose che non corrispondevano al vero. La politica? Sono nato con Berlusconi e resterò sempre con lui, ma ora devo pensare alla mia famiglia».
Accanto a lui, l'avvocato Giorgio Perroni è molto soddisfatto. «Meglio di così non poteva andare. La prescrizione copriva questa vicenda, ma l'assoluzione nel merito evidenzia un'innocenza che abbiamo affermato sempre come evidente. Il nostro assistito è stato distrutto. Questa sentenza contribuisce ad una riabilitazione agli occhi di tutti». I commenti di esponenti di Fi lo presentano come vittima di un errore giudiziario. Dei «tanti linciatori politici», dice Daniele Capezzone. Della macchina del fango che l'ha «crocifisso», aggiunge Osvaldo Napoli. Dei «moralisti a buon mercato», che dovrebbero risarcirlo per «l'onore ferito», per Mariastella Gelmini. Perché, spiega Raffaele Fitto, gli sono state «restituite e riconosciute le ragioni giuridiche, ma non potrà essergli restituito invece il dolore». «Si vergognino e chiedano scusa coloro che lo hanno ignobilmente colpito», dice un tweet di Renato Brunetta.

Commenti

JohnB

Mar, 28/01/2014 - 14:48

Ed ora i danni materiali e morali chi li paga? Certamente non saranno i giudici a farlo ne i giornalisti che si sono dilettati a scrivere di tutto e di piu' nei suoi confronti. Naturalmente loro (giornalisti di sinistra) non saranno incolpati di nulla hanno offeso un uomo di destra quindi non commettono nessun reato. I giudici condannano solo i giornalisti che scrivono di loro o contro gli uomini di sinistra.