Casini non molla e rianima Prodi

L’Udc chiede &quot;senso di responsabilità e coerenza&quot; agli alleati. Il leader di An gelido: &quot;Chiarezza? Un problema loro. L'importante è liberarsi di Prodi&quot;. E <strong><a href="/a.pic1?ID=166307">Berlusconi tiene sotto scacco il governo di centrosinistra</a></strong>. Sull'Afghanistan linea dura dei colonnelli azzurri: <strong><a href="/a.pic1?ID=166309">&quot;Niente sconti in Senato&quot;</a></strong>

Roma - L’apertura di Piero Fassino: «Siamo pronti a rivedere le regole d’ingaggio. Siamo i primi a volere la massima sicurezza per le nostre truppe che sono lì per impedire il ritorno dei talebani». La chiusura di Giovanni Russo Spena. «Il Prc è contrario». L’inciucio di Clemente Mastella, che in volo per Berlino si lavora Pierferdinando Casini. E la polemica tra l’Udc e gli alleati. «Da Berlusconi e Fini vogliamo chiarezza e senso dello Stato», dicono i centristi. «I moderati vogliono sapere perché volete salvare Prodi», ribatte Fini, mentre Umberto Bossi è convinto che il governo reggerà. A 48 ore dal voto al Senato sull’Afghanistan, tutte le bocce sono ancora in movimento.
Nella Cdl volano gli stracci. «Stampella di Prodi, chi? Noi? No, noi siamo preoccupati per la credibilità dell’Italia, che oggi è ai minimi termini e che non ci sentiamo di distruggere ancora. Siamo responsabili e un analogo senso di responsabilità ce lo aspettiamo anche da Berlusconi e Fini». A passare da trasformista, Casini non ci sta. «Il decreto - spiega - non è rinnovabile, se lo affossiamo i nostri militari dovranno lasciare l’Afghanistan. Il governo deve andare a casa il prima possibile, siamo d’accordo, ma ci sono altre occasioni. Anche per il Kosovo potevamo far cadere subito D’Alema, invece abbiamo preferito privilegiare l’interesse nazionale». Il centrodestra, insiste, «deve essere coerente». Non c’è «logica» nel chiedere da una parte maggior impegno contro il terrorismo e dall’altro «determinare una scelta per cui non si farebbe nulla». Quanto ai centristi, «non vogliamo fare da capro espiatorio».
L’Udc dunque non cambia. «Voteremo sì al rifinanziamento - annuncia Lorenzo Cesa - e presenteremo un ordine del giorno per riconfigurare la missione dal punto di vista militare e territoriale. È necessario fare chiarezza sulle regole d’ingaggio, però devono fare chiarezza pure Berlusconi e Fini, persone che stimiamo per il senso dello Stato e per i cinque anni di governo insieme. Ma basta giochetti. Si sta facendo un balletto mediatico sulle spalle dei moderati italiani e delle nostre truppe, però nessuno nel Ppe capirebbe un centrodestra che voti no al decreto».
E il governo, aggiunge Casini, non c’entra: «Noi lo vogliamo far cadere. Invece di discutere proposte assurde, esaminiamo insieme l’ordine del giorno dell’Udc. È un testo che può scardinare la maggioranza. Se passasse al Senato con i voti del centrosinistra, si aprirebbe una grande contraddizione che andrebbe risolta in sede politica e istituzionale. Se all’indomani del voto Berlusconi e Fini ci chiedessero un impegno nel sollecitare le dimissioni dell’esecutivo, io sarei con loro».
Un programma che non convince Gianfranco Fini. «La chiarezza auspicata da Cesa - commenta il presidente di An - riguarda loro. I moderati italiani hanno il diritto di sapere perché qualcuno sembra non comprendere che, per salvaguardare la credibilità internazionale dell’Italia, mantenere gli impegni e tutelare i nostri soldati, è indispensabile liberarsi del governo Prodi». Ancora meno persuaso appare Roberto Calderoli. «Ma quale ordine del giorno? - tuona - Casini deve smetterla di prendere per i fondelli il Paese. Nel iter del provvedimento sia in commissione che in aula non c’è uno, dico uno, emendamento o ordine del giorno a loro forma. E tra l’altro rammento che il termine ultimo per presentare dei testi erano le ore 19 di lunedì scorso». Conclusione: «Caro Casini, se vuoi mangiarti l’arrosto della sinistra fallo davanti a un popolo che ha dato mandato a noi di tutelare la sicurezza dei nostri militari». Polemica «inutile» la definisce Mario Baccini, vicepresidente del Senato: «È prassi parlamentare consentire tempi più elastici per la presentazione di odg su argomenti rilevanti».
Martedì Sergio De Gregorio voterà sì. An invece, racconta, Gianni Alemanno, «se non interverranno fatti nuovi si asterrà», il che al Senato vale come il no. Altero Matteoli sostiene che c’è teoricamente ancora tempo per un’intesa larga. «L’Unione accolga qualche nostro emendamento migliorativo, reso necessario dal cambiamento di scenario. D’Alema stesso ha parlato di nuovi pericoli. Dopo il voto a Palazzo Madama resterebbero cinque giorni per un altro passaggio alla Camera».