Il Cav: non vado in pensione. Tocca a Napolitano risolvere

Berlusconi lascia alle spalle i tecnicismi: decidere sulla grazia spetta al Colle. «Io penso solo a fare il leader del centrodestra»

La novità delle ultime 48 ore non sta tanto in qualche fatto nuovo che sposta i termini del dibattito sul destino del Cavaliere, quanto nell'approccio alla vicenda del diretto interessato. Dopo settimane passate ad arrovellarsi sulle possibili vie d'uscita, ragionando su cavilli e tecnicismi insieme a Niccolò Ghedini e Franco Coppi oltre che consultando al telefono decine e decine di avvocati e giuristi, Silvio Berlusconi ha infatti cambiato passo. Tanto che chi ieri ha avuto occasione di sentirlo al telefono o d'incontrarlo ad Arcore racconta l'ex premier «sereno» e «disteso» come non lo si vedeva da tempo.

Un Cavaliere che continua a predicare cautela e spargere ottimismo e che conferma di non avere alcuna intenzione di mettere in crisi il governo Letta. «È il momento di stare calmi - è stato il ragionamento fatto ai suoi interlocutori - perché una via d'uscita c'è e solo una persona può farsene carico». Come a dire che la palla è ormai nelle mani di Giorgio Napolitano e che spetterà a lui e solo a lui decidere se e come occuparsi della questione. «Altro io non posso fare», ripete un Berlusconi che si dice pronto a «guardare avanti». Perché - ripete - «non ho alcuna voglia di fare passi indietro», di «andare in pensione» come vorrebbero in molti e, secondo alcuni, lo stesso Quirinale.

L'intenzione, invece, è esattamente quella opposta: restare il punto di riferimento dell'area dei moderati, «continuare a fare il leader del centrodestra» e concentrarsi sul rilancio della nuova Forza Italia. D'altra parte, fa notare Augusto Minzolini, «ci hanno già provato con Monti a occupare quello spazio» e «se è stato un disastro il Professore che sulla carta era un candidato perfetto una riflessione andrà pur fatta...». Traduzione: esiste un'ampia fetta di elettorato che resta comunque nell'orbita del Cavaliere.
Un Berlusconi che dunque guarda e parla al futuro e che giura di essere poco appassionato sia alla questione della grazia che alla querelle ancora più delicata sulla decadenza (la Giunta delle elezioni del Senato si riunirà il 9 settembre per la relazione di Augello ma il voto dovrebbe slittare a novembre). La via d'uscita, ripete, a questo punto «non dipende da me». Un Cavaliere, insomma, che non sembra più timoroso come nei giorni scorsi e che ha una risposta anche per chi gli obietta che il rischio è che non ci sia una via d'uscita: «La soluzione esiste, sta ad altri farsene carico. Se non lo faranno - ribatte - allora giocherò le mie carte». Quali siano, però, al momento è difficile a dirsi.

Di certo, c'è che Berlusconi resterà al centro del campo da gioco. «Non ci sono dubbi, il leader resta lui», spiega il capogruppo del Pdl al Senato Renato Schifani. Come si chiudano le partite della grazia da una parte e della decadenza dall'altra, invece, è da vedere. Due questioni di cui si deve far carico non solo il Colle (come in privato ripete il Cavaliere) ma anche il Pd. «Chiunque abbia onestà intellettuale e senso della realtà comprende che la vicenda non può essere guardata solo in termini giudiziari», dice Daniele Capezzone. Mentre Maurizio Gasparri invita il Pd a «chiudere la persecuzione a Berlusconi» perché «occorre una soluzione che rispetti il suo ruolo di leader di milioni di italiani».

Più netto ancora Fabrizio Cicchitto: «Per tenere in piedi un governo, e a maggior ragione un esecutivo composto da forze così diverse e storicamente alternative, occorrono in primo luogo uno spirito costruttivo e volontà di mediazione. Esattamente l'opposto di quello che viene manifestato un giorno sì e un giorno no dal presidente Zanda e dalla Bindi che con un solo proiettile possono colpire due bersagli». Come a dire che se il Pd continua a sparare su Berlusconi ad essere colpito sarà anche il governo Letta. D'altra parte, è stato lo stesso Cavaliere nei giorni scorsi a far presente - seppure in privato - che se il Pd voterà per sua decadenza da senatore sarà «difficile continuare a coabitare con loro nello stesso governo».