Celine veste la donne d'arte Gaultier le fa ballare il tango

Parigi«O si è un'opera d'arte o la s'indossa». L'ha detto Oscar Wilde nella seconda metà dell'800, l'ha dimostrato Phoebe Philo con la strepitosa collezione Celine della prossima estate in passerella ieri a Parigi. La maggior parte dei capi erano decorati da straordinari disegni tribali: ampie e nervose pennellate che attraversavano le splendide tuniche a sette/ottavi sulle ampie gonne danzanti e sugli eleganti soprabiti con linee che vanno dal robe manteaux al trench. Inevitabile pensare all'Africa anche perché poi c'erano spettacolari top plissettati appesi a rigidi collari metallici, grandi polsiere geometriche vagamente ispirate dai gioielli Masai e tante borse con lunghe frange di raffia. Inoltre la palette cromatica spaziava dal bianco al blu con questi segni quasi rabbiosi in giallo, rosso, verde, nero. Tutto aveva comunque un sapore assolutamente urbano, di grande eleganza e modernità: un'immagine lontana anni luce dallo stile etnico e da qualsiasi tipo di folklore. È bastata la parola «Brassai» scritta su un libretto di fotografie distribuito in sala per farci capire che la Philo ha fatto lo stesso lavoro che fece a suo tempo Saint Laurent quando trasformò un quadro di Piet Mondrian nel più bel tubino che si sia mai visto nella storia della moda. Brassai era il nome d'arte del fotografo ungherese Gyula Halesz che negli anni Venti scattò innumerevoli foto ai graffiti di Parigi, immagini molto poetiche di un altrove artisticamente riprodotto sui muri della capitale francese. Niente a che vedere, insomma, con i graffiti di protesta che lordano i muri delle nostre città, ma opere in grado di scatenare il dibattito artistico dell'epoca: ne parlò perfino Picasso in una bella intervista pubblicata da Minotaure, la rivista dei surrealisti. Tradurre tutto questo in moda portabile e vendibile non era affatto facile, ma Phoebe Philo è una delle voci più influenti nel fashion system internazionale anche se finora di Celine si son comprate più le borse che i vestiti. Da Kenzo, invece, ultimamente si vende qualsiasi cosa grazie all'intelligente lavoro del duo stilistico composto da Carol Lim e Humberto Leon che ha rilanciato le felpe (ormai le fanno tutti) riportando questo storico marchio francese al centro del dibattito modaiolo. Nati e cresciuti a Los Angeles, i due considerano l'Oceano un vicino di casa e sono seriamente preoccupati perché dal solo Pacifico dipende la vita di un miliardo di persone, ma il 75 per cento del pesce sta sparendo a causa dell'inquinamento e della pesca selvaggia. Son partiti da qui per costruire una fresca collezione con i pesci ricamati in filo di nylon e con le T-shirt piene di scritte tipo «No Fish, No Nothing» (niente pesce, niente di niente) che verranno vendute (si suppone come panini) anche per raccogliere fondi a favore di una fondazione chiamata Blumarine come il celebre marchio fondato da Anna Molinari. Strepitoso l'impianto della sfilata che si è svolta negli studi cinematografici di Bercy (una versione parigina di Hollywood) con una spettacolare cascata sullo sfondo innumerevoli altoparlanti pieni d'acqua che la musica faceva danzare. Sul ballo, comunque, nessuno ha fatto il lavoro meraviglioso di Jean Paul Gaultier che al Paradis Latin, un vecchio cabaret del V Arrondisement, ha messo in scena un vero casting per i ballerini della versione francese di Danzando sotto le stelle. La giuria era composta dall'attrice spagnola Rossy De Palma, dalla coreografa-danzatrice Blanca Li e da Tanel, storico modello della maison. Gli abiti erano la quintessenza dello stile Gaultier: il chiodo in pelle nera dei rock-a-billy che diventa anche abito da sera, la gonna-tutu sotto al giubbotto per i virtuosi del vogueing, l'abito stampato a murrine per quelli della salsa e via così. Peccato la location, suggestiva ma impossibile per vedere la moda come si deve.