Cene, accordi, conte segrete: ecco il piano Pd anti Renzi

RomaCi sono due domande imbarazzanti, nello sconcertante spettacolo che una volta di più il Pd sta dando di sé, e che viene registrato nell'ultimo sondaggio Swg con il calo di un punto percentuale (mentre Renzi viene dato in ulteriore ascesa). Domande che aiutano a spiegare la natura della crisi piddina. Perché il Nazareno vive ancora come nemico pubblico numero uno il sindaco di Firenze? E perché Renzi ha tante difficoltà a rappresentare anche la metà (almeno) del partito che desidera guidare, e che gli chiede di puntare su Palazzo Chigi lasciando stare la segreteria?
Il gruppo dirigente del Pd nelle ultime settimane si è ormai quasi del tutto ricompattato, chiudendosi a riccio nella difesa del quartier generale. Gente che non si parlava da anni, che non si sopportava da mesi, ha ripreso a rifrequentarsi. «Accadono cose strambe - racconta l'attenta senatrice renziana, Rosa Maria Di Giorgi -: per esempio che il segretario perdente, dopo le dimissioni, abbia mantenuto la stanza accanto a quella del nuovo segretario e ogni giorno parli e lavori contro l'antico rivale delle primarie». Cene, conciliaboli, accordi, conte segrete. Il partito dei maggiorenti (con Veltroni in posizione defilata, quasi pro-Renzi) cerca disperatamente un'alternativa al panzer. Finora, sogghignano i renziani, tutte «brave persone ma mezze figure» (laddove figure andrebbe letto più correttamente tacche). Nel contempo compaiono pontieri e incaricati di cercare punti d'incontro con l'imprendibile Matteo. Tipo Francheschini, giunto a evocare il rischio di scissione, classico richiamo all'unità di tempi emergenziali. Ieri Epifani, allarmato dalla crescente tensione interna, è stato costretto a fare retromarcia («Nessun rischio di scissione»), a ribadire di essere semplice traghettatore per un congresso la cui data sarà decisa in tempi brevi e a dichiarare di essere disponibile «a incontrare tutti, anche Renzi».
Un «anche» di troppo, che tradisce quanto Matteo resti bestia nera e oggetto alieno. Perché? «Una parte del Pd ha sempre considerato il partito come roba sua - spiega il renziano Angelo Rughetti -. Per costoro è rimasta sempre in vigore la regola della cooptazione del successore. Matteo non è cooptato né cooptabile. Non è controllabile. D'Alema ci ha provato a metterlo nella sua ragnatela, non c'è riuscito». Psicoanalitica la Di Giorgi, che vede nei «capicorrente lo sconcerto per avere fallito senza neppure aver individuato un successore». Vivono il dramma di «essere condannati a Renzi, mentre preferirebbero continuare a perdere».
Ma il discorso si può facilmente ribaltare, perché neppure il Renzi della post-rottamazione sa farsi amare da coloro che dovrebbe condurre alla vittoria. Resta una diffidenza che anche giovani deputati aperti e intelligenti, come il torinese Antonio Boccuzzi, sentono di nutrire per le posizioni troppo «personalistiche» e a volte, come sul lavoro, «assai distanti». Eppure ieri un Renzi crepuscolare ha spiegato di «sentirsi come don Chisciotte, anche se mi sono stufato di perdere» e di «rimanere male ogni volta che sento parlare di obiettivi al ribasso». Quali sono i mulini a vento e quale l'esercito degli invasori, si chiede Matteo. Sicuro che rinunciando alla guida del partito la «sindrome di Prodi» incomberebbe sulla propria battaglia per Palazzo Chigi. È quanto gli chiede di fare il Correntone dei capataz: lasciare il partito indipendente dalle sorti del premier (lui non è Letta, prodotto casalingo). E dunque pronto a segargli la gamba della poltrona il giorno dopo l'eventuale ingresso nella stanza dei bottoni.