La Cina è lontana

Se ieri la Cei ha trovato il tempo di esternare sulle manchevolezze della nostra legge elettorale, mentre sui monaci massacrati in Tibet una vera parola non l’ha ancora detta, be’, confesso qualche dubbio personale sulla funzione della Chiesa nella civiltà contemporanea. Il silenzio del Papa può anche essere legato alla macchinosità della struttura ratzingeriana, ma da oggi sino a Pasqua le occasioni non mancheranno. È anche vero che la Chiesa, in Cina, sta giocando una partita delicatissima: milioni di cattolici cinesi rischiano persecuzioni ogni giorno, questo in un Paese dove la libertà religiosa in fin dei conti non c’è, e dove segnatamente viene negata la riapertura della nunziatura apostolica chiusa nel 1949. In Cina, va ricordato, essere cattolici non autorizzati è proibito, pregare è proibito, preti e monache spesso finiscono male, l’aborto viene praticato sino al nono mese, l’infanticidio della progenie femminile è praticamente una legge dello Stato. Ma il fatto che il Papa non abbia voluto incontrare il Dalai Lama, nel dicembre scorso, non promette bene. Una frase del direttore dell’Osservatore romano, secondo il quale tra Cina e Vaticano «ci sono molte relazioni ed è bene che continuino», promette ancora meno. Il delicato rapporto tra Chiesa e Cina va compreso, va capito, ma non è detto che questo debba bastarci.