La città del lavoro fa santo il riposo

MilanoÈ la città del fare Milano, dove la gente mangia un'insalata in piedi, fa la spesa in negozi aperti la domenica e vive di straordinari in ufficio. E anche quando puoi scegliere, soprattutto se tocca a te decidere, rimanere in studio oltre l'ora di cena, sostituire le vacanze con week end brevissimi, vantarsi con gli amici del lavoro matto e disperatissimo, è più di una tentazione. O l'ultima tendenza. È l'anima pulsante della città.
È proprio da qui, dalla capitale del lavoro, dalla centrale della finanza e della produzione, dove in tanti arrivano in cerca di un futuro (professionale, è chiaro), dove lavorare è un imperativo categorico che scuote la coscienza, il cardinale Angelo Scola lancia il suo appello al riposo. L'arcivescovo della città del lavoro sottolinea la necessità del riposo.
«Il ritmo della vita ha bisogno di riposo per il benessere fisico, per la serenità dell'animo, per l'equilibrio della persona e delle relazioni» scrive Scola nella lettera pastorale «Il campo è il mondo. Vie da percorrere incontro all'umano», presentata in Duomo. Molti gli spunti di riflessione e c'è anche il riposo: non solo dovere ma anche piacere, spirituale e fisico. Non solo agire ma anche sognare: «L'esperienza umana ha riconosciuto il tempo del riposo come tempo dei desideri, possibilità di dedicarsi a tutto quello che è piacevole, che gratifica il corpo e la mente, che esprime gli affetti, che coltiva gli interessi, che allarga gli orizzonti». Oppure anche il lavoro è più sterile.
Sembra un'eresia all'ombra del Duomo che è anche lui un simbolo di operosità, con la sua fabbrica sempre in movimento per ripulire, levigare, sostituire marmi e sostenere guglie. È da Milano che il cardinale Scola fa il suo discorso insieme religioso e civile. Una mano sostiene la Bibbia e l'altra lo Statuto dei lavoratori. Sono citati entrambi, la fonte della Legge e il diritto del lavoro: «Quello del riposo è un diritto-dovere codificato fin dall'antichità. È una delle Dieci parole, è tra i primi comandamenti che Dio dà all'uomo: «Sei giorni lavorerai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno tu non farai alcun lavoro. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il settimo giorno» (Esodo 20,9-11). E lo Statuto dei lavoratori, in tutte le società avanzate, sancisce il diritto al riposo».
Si può dire che riposarsi, trovare spazi che vadano oltre il fare e il faticare sia una cifra delle società evolute: «Il primato dell'uomo, soggetto del lavoro, va continuamente affermato e difeso soprattutto nel contesto di globalizzazione in cui siamo inseriti».
Ma attenzione a non confondere il riposo con i surrogati. Non basta smettere di lavorare per riposare: «L'esperienza del riposo nel nostro tempo è insidiata dalle tentazioni dell'individualismo e della trasgressione: modi di vivere il riposo che mortificano la persona spingendola nella solitudine o la rovinano rendendola schiava di pratiche o abitudini dannose». Il riposo è «fattore di equilibrio tra gli affetti e il lavoro», ciò che consente di non far saltare per aria vite e famiglie. Nero su bianco, rimane la domanda: «Oggi è davvero così?».