Il Colle alle toghe: giù le mani dal governo

L’APPELLO «È indispensabile che da tutte le parti venga uno sforzo nell’autocontrollo nelle dichiarazioni pubbliche»

RomaInusuale, forse. Ma efficacissima senza dubbio, la «mossa» con la quale Giorgio Napolitano ieri ha deciso di entrare in tackle nel sempre più incandescente scontro tra politica e giustizia, lanciando un appello per evitare la drammatizzazione delle tensioni, non solo tra i partiti, ma soprattutto tra istituzioni «investite di distinte responsabilità costituzionali».
Si era conclusa da poco, sul Colle, una cerimonia in cui il capo dello Stato aveva ricevuto esponenti dell’Anmil (mutilati sul lavoro) che il presidente ha fatto sapere alla stampa di volere parlare ancora. E ai giornalisti radunati nella «sala di rappresentanza» il capo dello Stato comunica con aria grave: «Vi ringrazio della vostra disponibilità, ma sento il bisogno di dire qualcosa in questo particolare momento». E a quel punto snocciola le 15 righe messe a punto cominciando col dire che «l’interesse del Paese, che deve affrontare seri e complessi problemi di ordine economico e sociale, richiede che si fermi una spirale di crescente drammatizzazione, cui si sta assistendo, delle polemiche e delle tensioni non solo tra parti politiche, ma tra istituzioni investite di distinte responsabilità costituzionali». «Va ribadito - afferma a questo punto Napolitano - che nulla può abbattere un governo che abbia la fiducia della maggioranza del Parlamento, in quanto poggi sulla coesione della coalizione che ha ottenuto dai cittadini elettori il consenso necessario per governare. È indispensabile - continua - che da tutte le parti venga uno sforzo di autocontrollo nelle dichiarazioni pubbliche, e che quanti appartengono alla istituzione preposta all’esercizio della giurisdizione, si attengano rigorosamente allo svolgimento di tale funzione. E spetta al Parlamento - chiude - esaminare in clima più costruttivo, misure di riforma per definire corretti equilibri tra politica e giustizia».
Stop. Nessun commento. Nessuna aggiunta. Ma è tutto chiaro. Molto chiaro. Dal Quirinale piove un monito che in larga parte è indirizzato ai magistrati: basta parole fuori luogo, basta minacce all’esecutivo, basta interventi sopra le righe sulle ipotesi di riforma della giustizia. Non è unidirezionale, il messaggio del capo dello Stato, visto che invita tutti ad abbassare i toni e a ritrovare la via di un confronto civile. Ma certo l’aperto richiamo a un governo che, legittimamente eletto dai cittadini, non può esser fatto cadere da altri che dal Parlamento e l’indice puntato contro chi, sempre tra i magistrati, non si attiene rigorosamente alle regole, fanno sì che - tra i commenti - c’è chi ricordi che era forse dal lontano ’92 che non c’era più stato un richiamo così alto e forte del Quirinale al potere dilagante dei magistrati. Non a caso, Anm a parte, solo Di Pietro ha mostrato di non aver affatto gradito l’esternazione.
In cui - a ben vedere - Napolitano ha detto la sua, con chiarezza, ma lasciando ampi spiragli per una conciliazione. Ben altro valore avrebbero assunto queste poche righe se pronunciate, ad esempio, nel corso di una seduta formale del Csm di cui il capo dello Stato è presidente. Si sarebbe sancita con durezza una spaccatura istituzionale mai vista in precedenza, dalle conseguenze imperscrutabili e rischiose. Così Napolitano ha preferito una messa in circolo meno impegnativa. Una sorta di penultimatum, a quel che si è capito, indirizzato soprattutto a quei procuratori e a quei pm che non si fanno scrupolo nel lanciare annunci obliqui, nuvole di sospetti, brandelli di possibili procedimenti alle viste contro il presidente del Consiglio.
Nei boatos levatisi nel pomeriggio nelle sedi parlamentari, c’è chi sosteneva ad esempio che non sarebbe estranea alla decisione del presidente della Repubblica la volontà di stoppare alcune voci che si rincorrono dalla Sicilia. O dalla Lombardia. Chissà. Certo è che il capo dello Stato chiede uno stop alle esternazioni polemiche dei giudici. E alle forze politiche di trovare il modo di convenire assieme su una riforma che faccia tornare «equilibri corretti» tra politica e giustizia.