Così la morte altrui diventa un business

Il viaggio di un uomo verso il suicidio assistito in Svizzera. Il timore di essere rifiutato da chi dispensa la morte. L'ansia di non riuscire a ottenere i certificati indispensabili, fino a quando un camice bianco dice: «Per me tutto a posto, può morire domani». L'uomo che cade in ginocchio, afferra le mani del dottore, le bacia, sussurra: «Grazie, che Dio la benedica». L'ultimo pasto (un sandwich). L'ultima passeggiata (nel centro storico di Basilea). L'ultima carezza (del medico che lo assiste). L'ultima preghiera (rimasta incompiuta). Il paziente apre la valvola della soluzione fisiologica in cui è disciolta la dose letale di Pentobarbital di sodio (se il gesto fosse compiuto da un infermiere sarebbe eutanasia, espressamente vietata). Un cameraman filma tutto: la registrazione è la prova da esibire alla polizia, quando arriverà a decesso avvenuto.

Il paziente era consapevole di quanto stava per compiere, e ha agito da solo. Quattro interminabili minuti prima che il cuore si fermi. Accanto all'uomo che ha scelto di togliersi la vita, c'è Sergio Ramazzotti, fotografo e scrittore, autore di uno straordinario reportage pubblicato da Vanity Fair. I due partono in auto, giungono a Napoli, proseguono in treno, arrivano a destinazione. Nel frattempo l'uomo che vuole morire si racconta: «I familiari non capiscono le tue sofferenze, non capiscono che quando sei condannato la vita può diventare un peso insopportabile». Dice di voler lasciare una testimonianza di come sia costretto «a umiliarsi un uomo, viaggiando lontano da casa come una specie di clandestino, per poter esercitare fino alle estreme conseguenze il proprio sacrosanto diritto al libero arbitrio, che nel nostro Paese ci viene negato».

Tutto, in queste pagine, è sconvolgente. Ma il fortissimo sospetto che si tratti della storia di Pietro D'Amico accresce, se possibile, l'angoscia. L'ex magistrato 62enne, sostituto procuratore generale di Catanzaro, ha scelto il suicidio assistito dalla dottoressa Erika Preisig l'11 aprile del 2013. La vicenda è diventata un caso nazionale, finito su tutti i giornali. L'autopsia ha infatti rivelato che l'ex giudice non soffriva di alcuna malattia terminale. Eppure è riuscito a ottenere tutte le carte necessarie per morire in Svizzera, ovvero il nullaosta di due medici diversi. Diagnosi sbagliata o istigazione al suicidio, come denuncia la famiglia? Impossibile, e inutile, entrare nel merito delle decisioni di chi ha voluto aprire la valvola e abbandonare il mondo. Ramazzotti lo racconta come un «uomo forte e disperato, che alcuni chiamerebbero un eroe e altri un codardo».

Tanto basta anche per noi. Eppure questa storia tragica ha anche un aspetto pubblico. Ancora una volta, sul piatto, c'è la questione dei diritti: fino a dove arrivano, quanto sono estesi, può esistere un diritto al suicidio assistito? In tal caso, lo Stato dovrebbe provvedere a riconoscerlo, fornendo le regole per dispensarlo, come oggi accade nella vicina Svizzera? Il dubbio atroce che segna il caso di Pietro D'Amico suggerisce la risposta: per quanto ci si appelli ai protocolli, c'è sempre la possibilità dell'errore. E quella, ancora peggiore, che la disperazione e la morte altrui diventino presto o tardi un business ammantato di motivazioni scientifico-umanitarie.