Cosima, matrona silenziosa nella villetta delle menzogne

Mancava quest’ultimo personaggio, nello squallido presepe degli orrori. Il più inquietante, il più triste: la moglie che sa tutto e non dice nulla. Con la calma perseveranza sposata sin dal primo giorno, gli inquirenti sembrano ora collocare al suo posto la statua centrale, che tiene legate tutte le altre con il filo rosso dell’omertà. Quello che tanti sostenevano, in questa strana Italia di segugi autodidatti, cresciuti ai corsi serali della televisione morbosa e ficcanaso, se lo dicono apertamente anche gli investigatori: impossibile che Cosima Misseri non sappia nulla. Che non si sia mai accorta di nulla.
I codici non prevedono imputazioni di favoreggiamento per i parenti più stretti. E questo mette al riparo la signora Cosima da pesanti provvedimenti giudiziari. Ma c’è qualcosa, nel suo ruolo e nella sua storia, che pesa molto di più. Sul semplice piano umano. Questa donna imponente e silenziosa, fedele nel fisico e nella postura al più classico stereotipo della matrona meridionale, non è solo la moglie di un assassino reo confesso e la madre di un’assassina presunta: è anche la sorella di una madre distrutta e la zia di una ragazzina uccisa nel modo più barbaro.
Trovandosi al centro di questo crocevia domestico, improvvisamente impazzito, sceglie di assecondare il richiamo ancestrale: silenzio. Silenzio e menzogna. Riemerge imperioso il modello che per secoli si è tramandato da madre a figlia, in questa famiglia fintamente patriarcale, dove il padre-padrone impone certo il suo comando, ma dove in realtà la donna è muta ispiratrice, carta assorbente di tutte le macchie, pronta persino a voltarsi dall’altra parte davanti al gallismo del compagno. E’ nota la regola: l’uomo prima o poi torna a casa, la missione veramente importante è tutelare il buon nome e la rispettabilità di questa casa.
Basta guardarla, la casa dei Misseri: non è un tugurio senza intonaco, con il tetto incompiuto, come tante del nostro Sud, ma una graziosa villetta in simil-brianzolo. Michele, suo marito, s’è ammazzato di lavoro tutta una vita, per darle questa dimora. Non solo: le ha dato anche due figlie. E che dovrebbe fare lei, nel momento del bisogno e delle difficoltà: tradire? Una vera moglie, una vera madre, così vuole la regola, dev’essere capace di sopportare tutto, nei momenti duri. Anche l’insopportabile. Persino un marito assassino, persino una figlia assassina? Sì, persino tutto questo. La religione profana di casa Misseri, a detta degli investigatori, è fondata su un dogma incrollabile: tacere.
Peccato che all’altro capo di questo dannato groviglio ci sia sempre Sara, crudelmente strangolata con una corda nella penombra di uno scantinato. Se si riesce a non dimenticare il sacro rispetto per questo inizio, che pretende almeno una giusta giustizia, tutta la parte della signora Cosima perde spiegazioni e attenuanti. Lei non ha ucciso, ma lei è la moglie e forse la madre di chi ha ucciso. Lei, unica in famiglia a vantare un vero legame di sangue con la nipotina uccisa. Lei, sorella di una mamma annientata. Eppure, vedendo, si volta dall’altra parte. Sapendo, sta zitta. Tutto quello che Cosima riesce a inventarsi, nel lungo periodo delle indagini, è la parte della sorella addolorata e consolatrice di Concetta, nonchè della zia ammutolita e angosciata della povera Sara. Nient’altro che una colpevole e gelida recita, secondo gli inquirenti.
«Non ricordo, non posso ricordare tutto quello che ho fatto»: ripete solo questo, in tre ore di interrogatorio. Nessuno, al momento, ha la certezza matematica che menta. Per crederle, bisognerebbe credere che una madre di famiglia si ritrova in casa due assassini e per intere settimane non si accorge di nulla. Se è così, davvero va considerata una povera vittima: il suo mondo incrollabile è fasullo, nel futuro sarà chiamata a vagare tra macerie e detriti. Ma se ha mentito e continua a mentire, nello squallido presepe degli orrori le va ora assegnata la parte più vergognosa. Davanti a Sara e alla sua mamma, è la peggiore.