La crisi della compagnia di bandiera

Intesa, Cisl, Uil e governo escono a testa alta dalla trattativa. L’opposizione e il principale sindacato masticano amaro

da Roma

La battaglia dei cieli si sta chiudendo, e si fanno i primi bilanci. Chi ha vinto, chi ha perso? Lo sapremo col tempo, ma qualche idea ce la siamo già fatta e l’esponiamo in ordine alfabetico.
Alitalia, vincente. La compagnia sopravviverà, ed è già un gran risultato perché il fallimento era un pericolo reale. Non sarà né più piccola né più grande di quella che era, ma almeno ha un futuro davanti a sé. Per un lustro resterà italiana anche nella proprietà. È stata salvata dalla politica, così come la politica l’aveva gettata sull’orlo del baratro. Il motto di Alitalia d’ora in poi dovrebbe essere «lasciateci volare».
Berlusconi, vincente. Non si è mai rassegnato al fallimento, anche quando l’esito negativo del negoziato era praticamente scontato. Dopo le incertezze iniziali al momento di reclutare gli imprenditori della cordata, ha allungato il passo fino al traguardo. Nel momento topico ha preso in mano la trattativa e l’ha condotta in porto. Una sconfitta sarebbe stata deleteria dal punto di vista della sostanza e dell’immagine: il premier lo ha capito e l’ha evitata.
Berti, perdente. Per il leader dei piloti, la partita potrebbe chiudersi con qualche concessione sia economica che normativa strappata alla controparte. Allora, perché perdente? Perché l’immagine della categoria, da questo negoziato esce devastata: l’opinione pubblica, al solo sentire la parola «pilota», reagisce con proteste e disgusto. Berti e il suo collega Notaro, arcigno presidente dell’Unione piloti, hanno convinto gli italiani che il personale di volo Alitalia è una «casta». I politici, finora leader del basso gradimento, ringraziano sentitamente.
Bonanni e Angeletti, vincenti ma... Il segretario della Cisl ha rotto il ghiaccio, assicurando che avrebbe comunque firmato l’intesa con la Cai. Anche il leader della Uil, che ha la quota maggiore di piloti iscritti fra i confederali, è sempre stato propositivo. La partita Alitalia lascerà tuttavia molti strascichi nei rapporti sindacali, in specie con la Cgil. La controprova l’avremo presto, nel corso del negoziato sulla riforma dei contratti, dove molti già osservano una Cgil ostile e messa di traverso: ne soffrirà anche il rapporto con la Confindustria.
Cai, vincente con riserva. La cordata guidata da Colaninno non ha condotto perfettamente la trattativa coi sindacati, compiendo errori di forma e di sostanza. Ha cercato l’intesa preventiva con i confederali, per mettere piloti e assistenti di fronte al fatto compiuto. E all’inizio non ha capito che il negoziato aveva importantissime implicazioni politiche. Dal punto di vista strettamente economico, tutti gli osservatori dicono che l’affare, per Colaninno e soci, c’è ancora, anche dopo le concessioni dell’ultima ora.
Di Pietro, perdente. L’ex magistrato si è distinto nella polemica che ha accompagnato la trattativa Alitalia per due motivi: ha sempre sostenuto la vendita della compagnia a un acquirente straniero, ed ha spesso accusato Berlusconi di fare un favore ingiustificato a Colaninno e soci, a danno del contribuente. A negoziato quasi concluso, auspicava ancora un «passo indietro» da parte di tutti per consentire al partner estero, che si chiami Air France o Lufthansa, cioè «chi si intende davvero di trasporti», di gestire la nuova compagnia. Mercatista all’eccesso al momento della crisi dei mercati.
Epifani, perdente pentito. Il segretario della Cgil ha evitato di presentarsi alla trattativa, mandando in sua vece il segretario confederale Solari, un negoziatore vero, ma con poteri ridotti. Poi è entrato in campo a gamba tesa, facendo sospettare motivi politici dietro il suo «no». Per qualche giorno ha tenuto il piede in due scarpe, poi ha preso la stilografica dal cassetto per firmare «un buon accordo». La vicenda Alitalia è, per lui, l’anticamera della pensione al Parlamento di Strasburgo.
Fantozzi, lavora per vincere. Il vero lavoro del commissario straordinario incomincia adesso: dovrà tirar fuori il massimo dagli assets della «bad company», che non entreranno nella nuova Alitalia. Gli incassi serviranno per pagare i debiti, evitando che ricadano sulle spalle dei contribuenti. Finora il professore si è portato bene, anche se forse ha ecceduto negli ultimatum.
Sacconi e Matteoli, vincenti. L’unico appunto non riguarda il risultato finale, ma un momento della lunga trattativa. Il ministro del Welfare, molto paziente all’inizio, è sbottato (a ragione) contro la Cgil e i piloti verso la fine, complice la tensione. Il ministro dei Trasporti, che aveva il compito di convincere i piloti, ha ammesso di non essere stato compreso sulla gravità della situazione della compagnia. La felice conclusione annunciata li accomuna, comunque, nel successo.
Spinetta, tratta per vincere. L’accorto Jean-Cyrill potrebbe mettere il piede in Alitalia senza accollarsi il debito della vecchia compagnia, e in presenza della pace sindacale. Un vero affare per il patron di Air France che in primavera si era sdegnosamente ritirato dalla trattativa per prendere, di Alitalia, il buono e il cattivo. Il mercato italiano del volo gli ha sempre fatto gola, e ora si sta sedendo a tavola, sempre che un altro commensale, il tedesco Mayrhuber della Lufthansa, non gli soffi la sedia.
Toto e Passera, vincenti. Il patron di Air One conferisce nella nuova Alitalia il buono (gli aerei e gli slot) e il cattivo (i debiti) della sua compagnia. Alla fine, ha fatto comunque un affare. L’amministratore delegato di Intesa, che è il partner finanziario dell’operazione, vede la soluzione del problema Air One. Ma è bene che una banca faccia volare gli aerei?
Veltroni, perdente e non lo sa. Il Walter è arrivato ultimo con distacco nella gara Alitalia, ma ha egualmente alzato le braccia al cielo come Bolt alle Olimpiadi di Pechino. Non ha fatto il segno della freccia, forse per evitare riferimenti alla «Freccia Alata». Un disastro.