LA CRISI GLOBALE

RomaL’Italia non è la Grecia non solo perché l’economia reale è solida, ma anche per lo stato delle finanze pubbliche, che è migliore rispetto a quello di altri Paesi. Il G20 è stato deludente, tranne per il fatto che è stata accolta la richiesta italiana di far «certificare» le misure anti crisi dal Fondo monetario internazionale, anche in assenza di un aiuto finanziario.
Parole che danno un’altra prospettiva ai fatti degli ultimi giorni, anche perché a pronunciarle ieri - mentre i media puntavano sul «commissariamento» dell’Italia e sulla presunta sfiducia di Christine Lagarde - è stato Arrigo Sadun, direttore esecutivo per l’Italia dello stesso Fondo monetario internazionale. «L’Italia non è la Grecia, la situazione fiscale nel nostro Paese appare migliore di quella di tante altre nazioni», ha spiegato «a titolo personale» nel corso del Convegno nazionale dell’Agdp, associazione dei giovani dirigenti delle amministrazioni pubbliche, che si è chiuso ieri a Taormina.
Musica diversa rispetto a quella - per la verità un po’ stiracchiata nelle interpretazioni dei giornali italiani - del direttore generale dello stesso Fondo. Prima la battuta di Lagarde sulla credibilità delle misure italiane e sabato l’intenzione di sottoporre l’Italia alla «prova della realtà». La differenze di toni è stata colta da Renato Brunetta, che ha attaccato il direttore del Fmi. «Sorprende e rattrista» che Lagarde, «giunta in maniera improvvisa alla guida del Fmi, parli di mancanza di credibilità dell’Italia. Evidentemente - accusa - ha ancora qualche difficoltà a dismettere i suoi recenti panni di ministro economico di un Paese che sotto la sua guida ha accumulato un deficit doppio di quello italiano, con le banche francesi che s’inzuppavano incautamente di titoli pubblici altrui, greci soprattutto».
Il ministro della Pubblica amministrazione condivide invece l’analisi di Sadun, anche perché «conferma implicitamente quello che lo stesso premier Berlusconi ha ribadito, e cioè che è stato proprio il nostro stesso Paese a chiedere al Fmi un’attività di monitoraggio trimestrale sull’azione di risanamento dei nostri conti pubblici. Si tratta di un’iniziativa che poteva assumere solo un governo serio e responsabile, capace in questi tre anni e mezzo di varare manovre di risanamento per complessivi 265 miliardi di euro, determinando così le condizioni per raggiungere uno storico pareggio di bilancio nel 2013 e un avanzo primario al 5,7% nel 2014».
Il riferimento di Brunetta è alle parole del direttore italiano del Fmi sul G20. Sadun si è detto «deluso» dal vertice di Cannes, perché «non sono stati fatti passi in avanti a livello globale». È stata invece «accolta la richiesta del governo italiano per fare qualcosa di importante, drastico e necessario».
Quello del direttore esecutivo per l’italia del Fmi non è comunque un invito ad abbassare la guardia, anche perché «la crisi è globale e occorrono anche soluzioni globali, ma - ha sottolineato - è necessario intervenire con soluzioni locali individuando insieme strategie internazionali e nazionali se vogliamo risalire dall’attuale situazione». Ancora rigore nei conti e attenzione alla crescita, quindi. L’Italia uscirà dalla crisi, ma «quando usciremo non torneremo ai livelli precedenti, e questo vale per qualunque degli indicatori economici. Sarà un periodo relativamente lungo di diversi anni e il livello di produzione non sarà quello degli anni passati».
Di sicuro, l’Italia non potrà contare per sempre su risorse delle istituzioni internazionali. Non del Fondo monetario, che non le ha mai date e non ne concederà mai. Ieri un paletto in questo senso lo ho messo il ministro delle Finanze canadese, sostenendo, in sintesi, che i Paesi dell’euro sono ricchi e non possono essere aiutati da altri Paesi benestanti, magari altrettanto indebitati, come il Giappone e gli Stati Uniti.
Anche la Banca centrale europea potrà smettere di comprare bond italiani se - ha spiegato ieri, in un’intervista a La Stampa, il membro del board, Yves Mersch - non saranno attuate le riforme. Avvertimento che vale per il governo in carica e, soprattutto, per eventuali esecutivi futuri.