CRISI GLOBALE

C'è un uomo solo al comando, e si chiama Mario Draghi. L'unico capace di infiammare i mercati, di indicare la strada per affrontare - e superare - il Tourmalet della crisi. «Ho un messaggio chiaro da darvi: nell'ambito del nostro mandato la Bce è pronta a fare tutto il necessario a preservare l'euro. E credetemi: sarà abbastanza». Londra, profumo di Olimpiadi, Regno di Euroscettilandia: è lì che SuperMario decide di alzarsi sui pedali, tipo quei ciclisti determinati a mettere a segno lo scatto decisivo. L'obiettivo: seminare la speculazione. Renderla inoffensiva. Sconfiggerla. L'euro zona «ha il potere per farlo», dice Draghi con sicurezza. Mai, in passato, dal presidente dell'Eurotower erano giunte parole così forti, tanto chiare e nette. Una sorta di chiamata alle armi che vede proprio la Bce in prima linea, pronta a imbracciare armi non convenzionali pur di salvare il soldato euro.
I mercati ci credono. Subito, senza un micron d'indecisione. Si piegano gli spread, s'impennano le Borse in una danza guidata dagli acquisti: +2, +3, +5%. Forse ci sarebbe spazio per ulteriori sconfinamenti nei territori del rialzo, ma arriva il triplice fischio di chiusura. Tutti a casa, con l'immagine di Draghi nei panni del santo protettore dell'unione monetaria. Tutti tranquillizzati dalle sue parole: «L'euro è una scelta irreversibile, non si tratta solo di parole». La Grexit, neologismo-buttafuori coniato per Atene, non appartiene al suo lessico. Che fra tante frasi carezzevoli infila però anche qualche stoccata: l'opinione pubblica, compresi quindi mercati e investitori, «non dovrebbe sottostimare il capitale politico investito nella moneta unica», è l'ammonimento. I mercati, rafforza il concetto il timoniere della Bce, «scontano per l'euro meno forza e meno progressi di quanto sia giusto in realtà» ed è, comunque, «inimmaginabile» che un Paese abbandoni la moneta unica.
E proprio gli sforzi diretti al risanamento dei conti, così come il varo delle riforme strutturali, sono secondo Draghi mattoni che cementano le fondamenta della casa monetaria comune. Draghi non dimentica di elogiare «i progressi notevoli» fatti da Italia e Spagna, invitate «ovviamente ad andare avanti». È la stessa sollecitazione giunta sempre ieri dal Fmi, attore interessato - in quanto pagante - a vedere i titoli di coda di questa crisi dominata dagli spread. Certo, ieri i differenziali sono andati in picchiata. Draghi ha agito come una potentissima tachipirina: 45 punti in meno lo spread tra Btp e Bund, scivolato a quota 473; un salto all'indietro dei Bonos di oltre 50 punti (a 560 punti). Ma tutti si chiedono: durerà? Oppure la dittatura dello spread tornerà a dettar legge anche sui listini azionari, rendendo un episodio il +5,62% con cui a Milano il Ftse Mib ha scavalcato ieri i 13mila punti? Davvero l'Eurotower può sciogliere i nodi legati alla crisi del debito sovrano? Draghi non ha dubbi: la soluzione del problema degli spread, e quindi di rendimenti troppo elevati, «rientra nel mandato della Bce, nella misura in cui il livello di questi premi di rischio impedisce la giusta trasmissione delle decisioni di politica monetaria» prese dalla Bce.
Draghi è oltremodo convinto che i firewall anti-speculazione «sono pronti a funzionare meglio che in passato», anche se occorre uscire dall'attuale frammentazione finanziaria attraverso una vera unione bancaria, fiscale e finanziaria. Questo è però il futuro. Urgono invece misure immediate. In attesa che qualcosa trapeli già nella riunione di giovedì prossimo, il ventaglio delle strade percorribili include una ripresa degli acquisti di titoli di Stato (improbabile vista l'ostilità tedesca), oppure il lancio di una nuova maxi-asta di prestiti alle banche a tassi agevolati. Ma i segnali giunti negli ultimi giorni lasciano intendere che la Bce ha in mente ben altro. Ewald Nowotny, uno dei falchi della Bce, è favorevole alla concessione della licenza bancaria all'Esm. Uno strumento che, permettendo un accesso diretto ai finanziamenti dell'Eurotower, darebbe una potenza di fuoco illimitata al fondo. Peccato che fino a settembre l'Esm sia di fatto congelato in attesa del pronunciamento della Corte costituzionale tedesca. Draghi ha chiarito che la Bce non può e «non intende sostituirsi ai governi nei loro compiti». Ma è altrettanto chiaro che un suo nulla osta avrebbe un peso rilevantissimo su una ipotesi simile. E dopo aver lanciato ieri il sasso, è difficile che la Bce nasconda ora la mano.