Crocetta trova lavoro al disoccupato Ingroia

di R osario Crocetta, il governatore rosso della Regione Sicilia, gliel'aveva promesso al dottore Ingroia. Promesso di toglierlo dai pasticci (lucro cessante) allorché decise, l'Ingroia, di sospendersi dalla magistratura per mettersi «al servizio del Paese», cioè in politica. Glielo promise, il Crocetta, quando l'amico, solennemente trombato alle elezioni, si ritrovò senza l'emolumento di parlamentare e senza quello di magistrato. Così il Crocetta, cuore rosso non dice mai di no, gli propose la (ben pagata) presidenza di «Riscossione Sicilia», l'ente incaricato a riscuotere le tasse nell'isola. Ma si mise di mezzo il Csm, che non diede l'autorizzazione trovando bizzarro che un magistrato, ancorché «sospeso», facesse il gabelliere capo. Beh, in tal caso torno a indossare la toga, disse allora l'Ingroia. Restandoci assai male quando seppe che il Csm l'aveva destinato ad Aosta. E così, pur di non migrare su le dentate scintillanti vette, per dirla col poeta, Ingroia, con soddisfazione generale, si dimise da magistrato. In mobilità e senza che al 30 del mese san Paganino provvedesse al pecunio. Poco male: ci avrebbe pensato san Rosario che infatti s'inventa lì per lì un bell'incarico: commissario della commissariabile «Sicilia e-Servizi», società pubblica per la gestione informatica. Il posto giusto per l'uomo giusto: non solo la società stava ottenendo un finanziamento di 2 miliardi e mezzo per «il trasferimento di dati informatici dalla Sicilia alla Val d'Aosta» (e l'Ingroia, esperto di Guatemala per avervi soggiornato una settimana, per gli stessi titoli può dirsi esperto dell'aostano). Quel che più conta è che la figlia e il genero del boss mafioso Stefano Bontade risultano a libro paga della «Sicilie e-Servizi». Cosa risaputa da illo tempore, ma che solo ora diventa una «emergenza» mafiogena così vibrante da richiedere in tutta fretta il commissariamento del carrozzone e ovviamente la presenza (l'assunzione) di un commissario coi controfiocchi. Che di mafia e mafiosi se ne intende, come testimonia l'elevazione del suo pentito di riferimento, quella sòla di Ciancimino il Giovine, a «icona dell'antimafia»: il dottore Antonio Ingroia. Per uno che intendeva mettersi al servizio del Paese e che si ritrova ad aver messo - via soccorso rosso - il Paese al proprio servizio, non c'è che dire.