Decadenza, si crepa il muro rosso

RomaSulla decadenza, ora, anche il muro della sinistra mostra le sue crepe. La prima è del senatore piddino Giorgio Tonini che risponde a Renato Brunetta. Brunetta attacca: «L'atteggiamento del Pd è pregiudiziale. Dicono che voteranno la decadenza di Berlusconi e l' ineleggibilità senza aver sentito il relatore, senza aver acquisito le motivazioni della condanna e senza aver valutato la prima applicazione della legge Severino. Perché questo atteggiamento pregiudiziale su una decisione così importante?». Tonini non cavalca il giustizialismo imperante del suo partito. «Se il richiamo di Brunetta è un invito all'approfondimento tecnico in giunta, va accolto», dice. Traduzione: il pollice verso che caccerà Berlusconi dal Parlamento non è scontato. Almeno per Tonini, voce minoritaria ma non isolata, nel Pd.
Anche tra i giuristi il dibattito è aperto. Specie sull'applicazione della legge Severino che vieterebbe la candidabilità dei condannati e, quindi, di Berlusconi. Piero Alberto Capotosti, ex presidente della Corte costituzionale - già in passato favorevole a una stagione di pacificazione - ragiona in punta di diritto. Intervistato dal Corriere della Sera, apre alla tesi del pidiellino Francesco Paolo Sisto. «Che la cosiddetta legge Severino non possa essere retroattiva o debba scattare l'indulto, come ha sostenuto Sisto, non è un'eresia. Io non la condivido. Ma la norma è nuova, priva di giurisprudenza consolidata, vale la pena di ragionarci». Di più: a fronte di un caso di incandidabilità scattato per un candidato in Molise, Capotosti ammette: «Sisto dice che un caso non fa giurisprudenza e in questo mi trova d'accordo». Quindi riconosce la supremazia delle Camere: «A giudicare i parlamentari in carica può essere solo il Parlamento». Lo prevede l'articolo 66 della Costituzione, richiamato nel testo approvato della legge Severino, che nella formulazione definitiva - ricorda l'Huffington post - non prevede più la decadenza «di diritto» che l'Aula avrebbe dovuto solo dichiarare. Ci sarà un voto, una decisione del Parlamento, senza automatismi. Sull'annoso tema dell'invasione di campo del potere giudiziario in quello legislativo, sempre sul Corriere, si esprime pure Michele Ainis, costituzionalista non certo simpatizzante del Cavaliere. Eppure, Ainis ammette solare: «Il conflitto tra politica e giustizia... ce lo trasciniamo dietro da vent'anni. Questa baruffa tra poteri dello Stato è cominciata prima che Berlusconi scendesse in campo». Calzante la metafora dei boxeur: «Occorre separare i due pugili sul ring, giudici e politici». E tra i due, chi le prende, è il politico. «Nel 1993, la resa. Quando la politica riscrive l'articolo 68, rinunziando alle vecchie immunità». Era stato Vittorio Feltri, sabato sul Giornale, a dire chiaro che i politici, «per compiacere gli elettori indignati da Tangentopoli, si offrirono volontari al rischio di essere indagati e condannati durante lo svolgimento del mandato, dimostrando di essere - a scelta - stupidi o masochisti». Macchina del fango? Ainis condivide molto: «Al di là di Berlusconi, con le vecchie regole ogni potere aveva le sue regole. Certo, a dirla così rischi il linciaggio. Non è forse vero che l'immunità parlamentare offende il principio di eguaglianza? Vero. Ma nessuno potrà mai tacciarla come un'idea incostituzionale, dato che a concepirla furono i costituenti». Della «diga» fra politica e giustizia, conclude Ainis, «c'è ancora bisogno».