Delitto Musy: sparito l'identikit del sicario

Spunta il giallo di un identikit dell'assassino alla ripresa, ieri, del processo per l'omicidio del consigliere comunale Alberto Musy.
Incalzata dalle domande degli avvocati Maria Rosaria Ferrara e Gaetano Pecorella, difensori dell'imputato Francesco Furchì , una testimone ha detto che durante le indagini, quando - nel 2012 - si presentò spontaneamente alla polizia per riferire di avere incrociato casualmente nel centro di Torino il misterioso attentatore, gli investigatori tracciarono un disegno che però adesso non c'è nel fascicolo di indagine.
Il pm Roberto Furlan si è impegnato a cercarlo.
La testimonianza della donna, Laura C., 28 anni, è considerata importante dalla difesa perchè la descrizione che rese alla polizia differisce notevolmente da quella delle altre. «Forse per leggerezza e per inesperienza - ha ammesso ieri - avevo riferito di dettagli di cui non ero sicura. Ma era la verità, sulla base della mia percezione».
I giudici l'hanno affettuosamente rimproverata: «Noi siamo vecchi del mestiere e ne abbiamo sentite tante. Non ci faccia una lezione sulla verità. Quanto alla inesperienza: suvvia, lei non è più una bimba».
Nella ricostruzione della Scientifica tutto inizia nel vano scale: il primo colpo ha raggiunto l'avvocato da molto vicino al polso, il proiettile è uscito e poi è rientrato conficcandosi nella scapola «Musy aveva probabilmente allungato la mano per disarmare l'attentatore, allontanarlo o difendersi» ha spiegato l'agente. Il secondo lo ha colpito di striscio alla testa e si è conficcato nel soffitto dell'androne. Musy stava cercando di scappare quando il terzo colpo lo ha sfiorato alla spalla destra da dietro mentre il quarto lo avrebbe raggiunto alla spalla mentre stava cadendo in cortile «riteniamo che Musy stesse cadendo quando l'ultimo proiettile lo ha colpito: è inciampato e ha allungato la mano per tenersi» ha spiegato l'investigatore.
Ne sarebbe una prova lo strappo sui pantaloni all'altezza del ginocchio e la punta della scarpa dove la pelle è rovinata per aver «strisciato» a terra.
Una ricostruzione che però non convince del tutto l'avvocato Gaetano Pecorella che difende Francesco Furchì, unico imputato nel processo, e che si chiede come abbia fatto il proiettile che ha preso di striscio Furchì alla testa a finire nell'androne se il colpo è stato sparato nel vano scale.