Dior e il giro del mondo in 53 signore di classe

ParigiQuattro sfilate in una (Dior), la resurrezione di un marchio d'autore (Schiaparelli) e il ritorno di Naomi (Versace). Si potrebbe intitolare così un film girato a Parigi durante le sfilate dell'alta moda per l'autunno-inverno. La storia inizia domenica sera quando sulla passerella di Versace Atelier a sorpresa ricompare la «Venere Nera» nei meravigliosi vestiti a pannelli privi di cuciture, ma con un ingegnoso sistema di ganci in cristallo da allacciare o lasciare slacciati apposta. «È una collezione sul mistero - dice Donatella - tutti gli abiti lasciano intravedere qualcosa d'eccitante: la lingerie oppure un pezzo di pelle nuda. Sono fatti per essere slacciati da un uomo innamorato». Naomi a dir la verità risulta appena scaricata dal magnate russo Vladimir Dorodin dopo 5 anni d'amore ma con il fisico che si ritrova a 43 anni suonati di sicuro non farà fatica a trovare volontari. «Le ho dato un pizzicotto ma è ancora dura come il marmo» racconta la bionda signora del made in Italy mentre Naomi dichiara che per lei è stato un onore sfilare di nuovo, che i Versace sono la sua vera famiglia. Inutile dire che la sua presenza in passerella ha catalizzato tutte le attenzioni quando invece c'erano dei modelli di rara bellezza come i tre tubini montati sul tulle illusione che rappresentano l'evoluzione del cosiddetto «abito virgola» creato da Gianni nei primi anni Novanta.
Raf Simons crea per Dior una collezione talmente vasta e complessa che alla fine sembra quadruplicata perché tante sono le identità nazionali che hanno ispirato il bravissimo designer belga. Così nel grande cubo bianco vengono proiettate le immagini scattate in quattro continenti (America, Europa, Africa e Asia) da grandi fotografi come Patrick Demarchellier, Paolo Roversi, Terry Richardson e Willy Vanderperre. L'effetto è veramente sensazionale perché il quadrilatero sembra girare su se stesso mentre le modelle (oltre 50 divine creature) camminano alla stessa velocità della proiezione. L'unico difetto di tanta concettuale bellezza sta proprio qui: troppe immagini e poco tempo per elaborarle. In questa corsa visuale riusciamo comunque a captare cose meravigliose come lo chemisier bluette con l'allacciatura sfalsata tipica del primo Dior, alcuni spettacolari abiti ispirati ai colori delle donne Ndebele oppure a quelli dei guerrieri Masai, una pelliccia di visone rosso tagliata sulle spalle e mutuata dall'idea del kimono e una serie di pazzeschi tailleur con soprabito-cappa di raso a righe. Insomma un briciolo di sintesi in più e di manierismo in meno avrebbe reso questo show indimenticabile.
Il risultato ottenuto invece da Christian Lacroix con i 18 pezzi unici creati come omaggio a Elsa Schiaparelli e presentati in due saloni del Musée des Arts Décoratifs. C'era la grande gabbia che decorava l'atelier della Schiap in Place Vendome, un albero di pesco in fiore con mille mini Ipad che trasmettevano l'immagine e il cinguettio degli uccellini oltre a una gigantesca giostra di specchi su cui giravano i vestiti. «Senza il lavoro di Elsa non avrei fatto questo mestiere» ha detto Lacroix, primo degli artisti chiamati da Diego Della Valle, patron del brand, per l'annuale appuntamento con un'interpretazione d'autore di questo stile che ha fatto storia. «Ho immaginato di fare un musical su di lei e mi hanno lasciato fare i manichini con il suo inconfondibile profilo» conclude l'adorabile couturier di Arles che adesso disegna costumi per l'opera (l'ultima un Lohengrin a Graz), progetta installazioni museali e finalmente libero dai diktat della moda crea la sua più bella collezione.