Il dirigente fuggito dalla Fiat è diventato il Mago Pancione

Se la dignità dell'artista consiste nel dovere di tener vivo il senso di meraviglia del mondo - «come diceva il mio amato Chesterton», si presenta Andrea Antonuccio - lui, Antonuccio, è sicuramente l'artista più dignitoso d'Italia. E chi altro può vantare un maggior numero di strabiliati spettatori d'un certo livello? Alberto Lupano, manager della Coca-Cola: «Le risate a crepapelle e gli occhi sbarrati per l'attenzione sono un vivo ricordo per tutti quelli che hanno assistito allo spettacolo. Grazie per averci fatto sognare!». Gianmaria Restelli, responsabile eventi di Aurora assicurazioni: «In tanti anni, non ho ancora visto nessuno ottenere un risultato così “potente”». Rosella Colombo, direttore risorse umane di Ims Health: «È riuscito a rapire la nostra attenzione». Ma bisognerebbe aggiungere anche il plauso di multinazionali e aziende come Bayer, Patek Philippe, Vorwerk, McArthurGlen. Il fatto è che Antonuccio, quando deve meravigliare il suo pubblico, riesce a sdoppiarsi in due: diventa il Mago Pancione se la platea è formata da bambini, si trasforma nel numerologo Andrea Santini se ci sono di mezzo gli adulti.
Nei giorni scorsi volevano portarlo in trionfo per le vie di Praga. È accaduto questo. La Vorwerk, famosa per l'aspirapolvere Folletto piazzato porta a porta, aveva riunito nella capitale ceca un migliaio di venditrici del Bimby, infernale elettrodomestico che per 999 euro trita, mescola, frulla, macina, affetta, impasta, polverizza, pesa, cuoce. Cornice sfarzosa: Palazzo Zofín, dove Richard Wagner nel 1863 per primo al mondo diresse un'orchestra dando le spalle al pubblico. E qui Santini, alias Antonuccio, è stato capace di elaborare al volo, dalle date di nascita, l'analisi numerologica di sei sconosciute casalinghe, premiate per aver venduto oltre 1.000 Bimby a testa (un affare da 6 milioni di euro, giusto per capirci). Applausi e svenimenti. «Alcune piangevano, perché avevo descritto in pieno la loro personalità». Il numerologo ha sottoposto al test anche Renzo Arbore, che era lì a intrattenere l'uditorio femminile con l'Orchestra italiana, svelandogli aspetti reconditi della sua indole. «Lei sa troppe cose su di me!», ha esclamato alla fine lo showman.
Ma è soprattutto nel momento in cui rivela la sua precedente professione che Antonuccio, anzi il dottor Antonuccio, riesce a tener vivo il senso di meraviglia del mondo: manager del gruppo Fiat. Sarà meglio cominciare dall'inizio. Il Mago Pancione appare ai suoi genitori - essendo un'anima candida che ha portato i suoi incantesimi anche nei reparti di oncologia pediatrica, gli piace raccontarla così - il 6 maggio 1968 ad Alessandria, dove tuttora abita con la moglie Lucia, consulente del lavoro, e i figli Riccardo e Giacomo, 15 e 13 anni. Papà Santo era un colonnello dell'esercito nato nel Messinese; la mamma è un'insegnante di matematica in pensione. Il ragazzo frequenta il liceo classico, poi si laurea in scienze politiche alla Cattolica di Milano. «Volevo diventare giornalista oppure grand commis dello Stato».
Nel frattempo diventa amico del concittadino Paolo Massobrio, famoso critico enogastronomico, editore del Golosario, degno erede di Luigi Veronelli e perciò soprannominato con perfidia Maisobrio. Se ha potuto registrare il marchio Mago Pancione, lo deve a lui. Il peso oscillante fra gli 80 e i 98 chili, distribuiti sulla non eccelsa statura di 1 metro e 70, è frutto delle visite in segreto che compiva con Massobrio per compilare i giudizi sui ristoranti. «Abitavamo a tre portoni l'uno dall'altro. Per anni ci siamo fatti in treno tutti i giorni, andata e ritorno, da Alessandria a Torino, dove lui allora era capufficio stampa della Coldiretti. Alla fine è diventato mio testimone di nozze».
Nel capoluogo piemontese, Antonuccio, fresco di laurea, era stato arruolato dalla figlia di Umberto Cuttica, uomo Fiat di lungo corso transitato dalla presidenza della Stampa a quella dell'agenzia Ansa. «Quattro anni in giro per concessionarie Alfa Romeo e Lancia a insegnare alla forza vendita il marketing telefonico. Partivo con la mia bella lavagna luminosa e spiegavo come catturare per telefono potenziali acquirenti della 156 o della Lybra. Infine l'incontro con Massimo Donelli, direttore di Epoca, Tv Sorrisi e Canzoni e Canale 5».
Grande giornalista.
«In quel periodo stava lanciando il portale internet Ciao Web, fondato da Fiat e Ifil su impulso di John Elkann, l'erede designato di Gianni Agnelli. Il nipote dell'Avvocato credeva molto al progetto, tanto da investirci 200 miliardi di lire. Donelli aveva offerto a Edoardo Raspelli un canale dedicato al cibo all'interno di Ciao Web. Raspelli aveva declinato l'offerta, rinviandolo a Massobrio. Il quale, essendo anche lui troppo impegnato, gli fece il mio nome. Donelli mi sottopose a un colloquio telefonico di sabato. Il lunedì dopo, 8 maggio 2000, ero già nella sede di Milano Fiori, ad Assago. Uno dei primi assunti. Non c'erano neanche i telefoni. Scrivanie ancora da montare. Per me, abituato alle sedi Fiat di Torino, con poltrone in pelle umana, quadri d'autore alle pareti e millanta segretarie, fu uno choc».
Lo credo bene.
«Ho visto l'inizio della new economy, la bolla destinata a scoppiare. Precarietà assoluta. Alla fine eravamo in 110 a curare i contenuti di Ciao Web. Inquadrati come metalmeccanici, perché la società Fiat che preparava le buste paga non prevedeva altre tipologie di lavoratori. Operai di Internet. Io mi occupavo dei canali Dolce & salato, gastronomia, e Lex, consigli legali agli internauti. Elkann seguiva in prima persona la sua creatura».
Come?
«Ogni 15 giorni arrivava da Torino, circondato da guardie del corpo con le pistole in bella vista, e ci portava a pranzo con il direttore al Jolly hotel di Milano Fiori. Parlava con spiccato accento americano. In Fiat lo chiamavano il Nipote. Donelli ci diceva, levando l'avambraccio verso il cielo: “Ragazzi, date retta a me, Jaki è quello che ce l'ha più lungo!”».
Misurazione azzeccata, visto che oggi è il presidente del gruppo.
«Ho imparato più in 15 mesi passati con Donelli che non in 10 anni con chiunque altro. Si arrivava all'alba, non c'erano orari. Alle 8 e mezzo di sera il direttore piombava nel mio ufficio, vedeva che ero rimasto solo e si stupiva: “Ma gli altri dove sono?”. Uno Stachanov. Poi Elkann diradò le visite. Fine dei pranzi. La pubblicità non riusciva a sostenere Ciao Web. Così me ne andai in Global value, società paritetica creata da Fiat e Ibm. Ero responsabile della comunicazione, con 11 persone alle mie dipendenze. Quando Fiat ne uscì, fummo confinati tutti e 12 in un open space per un anno e mezzo, con l'obbligo di non fare nulla. Non sto scherzando. Avevamo solo i telefoni e lo stipendio. Una forma di mobbing, la cosa più atroce che possa capitare a un uomo, una violenza. Accettai uno scivolo economico di due anni e decisi di mettermi in proprio come mago».
Sua moglie che cosa disse?
«Capì. La maestra chiese a uno dei miei figli quale fosse il mestiere del padre: udita la risposta, minacciò di fargli una nota. Credeva che la prendesse in giro».
E sua madre che cosa disse?
«Mormorò: “Alla fine ce l'hai fatta”».
Perché questa frase?
«Già da bambino avevo la passione per i giochi di prestigio. I coetanei pensavano alla moto e alle ragazze. Io al manuale di Paperinik. Nei viaggi da Alessandria a Torino, un'ora e 45 minuti fra treni e mezzi pubblici, idem al ritorno, mi chiedevo: e se ci provassi? Finché un giorno il mio figlio più piccolo, che aveva 2 anni, dopo un trucco particolarmente riuscito mi stampò le sue manine sul ventre, urlando: “Mago pancione!”. Capii che poteva diventare un lavoro».
Il primo spettacolo della sua vita?
«A 18 anni, organizzato per i bimbi dal Comune di Masio, paese natale di Urbano Cairo, nell'Alessandrino. Alla fine mi misero in mano 100.000 lire. Avevano pagato per vedermi! Indimenticabile».
Ma i trucchi chi glieli ha insegnati?
«Conobbi un mago malese di origine cinese».
Fa il verso a Carlo Verdone imbarcato sul cargo battente bandiera liberiana in Borotalco?
«Giuro, non me la sono inventata. Si chiama Shaun Yee. A Milano la mattina andavo a lezione in Cattolica e il pomeriggio da lui in via Giambellino per un corso personalizzato».
E poi da mago a numerologo.
«Anni di studio su trattati alti due spanne. Prima uscita alla Festa della scienza di Torino nel 2011. Perché di questo si tratta: di scienza. E lì ho tramortito il pubblico più difficile del mondo, 500 scetticissimi studenti del liceo Sant'Anna».
In che modo?
«Ho premesso: ora cercherò d'influenzare la vostra mente. Li ho invitati a pensare un numero dispari a due cifre, diverse fra loro. Poi ho chiesto: quanti di voi hanno pensato al 37? Grande “oooh!” di sorpresa: hanno alzato la mano più della metà. Quanti il 73? Un altro quarto dell'uditorio. Quanti il 57? Un altro quarto. “Ma come ha fatto?”, chiedevano sconcertati. Per loro era un miracolo».
E invece che cos'era?
«Statistica. Con le premesse assegnate, 37 e 68 sono i numeri dispari e pari più pensati dalla maggioranza. Così come da 1 a 10 il più pensato è il 7. La bravura consiste nel non prendersi il merito, nel diventare antimagico: il numerologo spiega. Ma nei successivi esperimenti non spiega più. E la sua diventa un'arte inspiegabile. Vuole un altro esempio di matemagia, o magia matematica?».
Sono tutt'orecchi.
«Dica a due suoi amici, Tizio e Caio, di scrivere su un foglietto un numero a caso compreso tra 1 e 9, senza che fra loro possano vederlo. Dia un'occhiata solo al numero scritto da Tizio - 4, poniamo - e lo sottragga mentalmente da 10. Il risultato che otterrà, in questo caso 6, diventa il suo numero-chiave. Ora chieda a Caio il numero pensato - 7, poniamo - e, senza farselo rivelare, inviti l'amico a fare le seguenti operazioni: raddoppiare il suo numero, quindi 7×2=14; aggiungere 2, quindi 14+2=16; moltiplicare per 5, quindi 16×5; comunicarle il risultato, che in questo caso è 80. Ora tocca a lei. Se sottrae mentalmente dal totale 80 il numero-chiave 6, otterrà 74, cioè 7 e 4. Le decine indicheranno il numero di Caio e le unità il numero di Tizio, che lei già conosceva fin dall'inizio».
Com'è possibile?
«Si tratta di un'equazione mascherata. Provi. Non può sbagliare».
Lei fa anche l'analisi della personalità partendo dalla data di nascita.
«Sì, e non è mai capitato che il responso finale non coincidesse perfettamente con le attitudini del soggetto esaminato. Qui c'entrano le carte inventate negli anni Trenta dal professor Karl Zener, usate nel laboratorio di parapsicologia della Duke University, nel Nord Carolina».
Non può aggiustare il debito pubblico, giunto a 2.080 miliardi di euro?
«No. Ma la numerologia poteva impedire di affidare l'Italia a chi lo ha creato».
Si guadagna a fare i maghi?
«Se all'inizio non avessi accantonato la buonuscita, sarebbe stata dura. Ora il fatturato aumenta di anno in anno».
E se si ammala?
«Lei non ci crederà, ma da quando faccio il mago non ho più avuto neanche un raffreddore. Sto benissimo».
Non risente della crisi?
«È un mestiere anticiclico. Più la gente ha grattacapi e più cerca l'evasione».
Ha mai segato a metà qualcuno?
«Quand'eravamo fidanzati, ho tagliato in tre parti mia moglie Lucia. Mi fece un'unica richiesta, prima di procedere: “Fa' che i miei non lo sappiano!”».
Ma in giro c'è ancora voglia di ridere?
«Più di prima. A Mirabilia, festival dell'arte di strada, un marito mi ha ringraziato per aver rasserenato la moglie».
Quali sono le angustie quotidiane che più deprimono la gente?
«Il lavoro che manca per genitori e figli. Spesso il mago diventa un confidente con cui sfogarsi. Dopo uno spettacolo, una madre mi ha detto: «Ho perso mio figlio adolescente in un incidente stradale. C'è modo di entrare in contatto con lui?». L'ho abbracciata e le ho risposto: non cada in questa trappola, signora. Aveva ragione ancora una volta il mio amato Chesterton: da quando gli uomini non credono più in Dio, credono a qualsiasi cosa».
I piccoli malati le hanno mai chiesto di farli guarire con una magia?
«Sì, è accaduto nel reparto oncologico della clinica pediatrica del Policlinico di Milano. In questi casi cerco di cavarmela consegnando loro una polvere magica, dunque invisibile, e dicendo: quando siete tristi, mettetevene un pizzico in testa, e vi sentirete più forti. Allora mi gettano le braccia al collo. Non s'aspettano d'incontrare un adulto che parla la loro stessa lingua. In questo sono rimasto proprio un bambino».
(680. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it