Dal Dna di un morto l'ultima speranza di trovare il killer di Yara

diNon serve la teatralità ansiogena dei giallisti alla Lucarelli e alla Sottile per provare pietà e sgomento sul caso Yara: basta seguire la nuda cronaca, capace da sola di tenere a fiato sospeso, ormai da molti mesi. È dal 26 febbraio 2011, giorno infame del suo ritrovamento nella desolazione di un quartiere artigianale, che le indagini cercano di venire a capo del rompicapo, tra errori e omissioni, tra sviste e leggerezze, ma anche - va detto - tra tanto lavoro e tanta tenacia.
Due genitori annichiliti aspettano ogni mattina le novità che non ci sono. Ad un certo punto, ingaggiano persino un investigatore di tasca propria, l'ex Ris Giorgio Portera, per dare una scossa alle indagini. Eppure, anche questo è e resta un intricato enigma aggrappato al Dna, come tutte le inchieste più complicate e più macabre degli ultimi anni. Alcuni numeri, per dare l'idea: 14mila campioni di saliva prelevati nei luoghi sfiorati dal delitto, 10mila profili Dna immagazzinati nella banca dati, 8mila quelli già comparati con il Dna del presunto assassino. Sì, perché almeno questo c'è ed è da tempo in mano agli inquirenti, ricavato da gocce di sangue trovate sullo slip della piccola.
Sembrerebbe a tutti che avere il Dna dell'assassino porti automaticamente al suo arresto. Ma questo avviene solo nelle fiction di moda. Nella realtà, la faccenda è tremendamente più complicata. Renderla chiara e comprensibile è impresa disperata, ma lo sforzo va fatto e qualcuno ci riesce, come la cronista del Corriere Bergamo, Giuliana Ubbiali, capace di seguire l'indagine con scrupolo e di rivelarne gli sviluppi più freschi.
Per capirci qualcosa, bisogna partire dalla prima, vera, decisiva svolta. Tempo fa, chiarito che il Dna prelevato dagli indumenti di Yara non è dei suoi familiari, i detective centrano il bersaglio comparandolo con quelli rastrellati in zona, tra vicini di casa, frequentatori della palestra, titolari dei telefonini agganciati alle celle sopra Brembate la sera della sparizione, persino tra i frequentatori della discoteca vicina al famoso campo del ritrovamento. Ed è proprio qui che c'è l'atteso colpo di scena: il profilo genetico di un ragazzo è simile a quello del presunto assassino. Simile, non identico. Dunque non è lui. Ma potrebbe esserne parente molto stretto.
Questa pista, inevitabilmente, diventa la pista maestra della mastodontica inchiesta. Si setacciano le parentele del ragazzo. Si arriva ad uno zio emigrato a Frosinone, ma non c'entra nulla. Si passa allora agli altri due fratelli dello zio: uno è ancora vivo, ma anch'egli esce per manifesta incompatibilità, l'altro è morto a 61 anni nel 1999. Come fare quest'ultima comparazione? La soluzione viene trovata sotto la marca da bollo della patente e sotto il francobollo di una cartolina, che il defunto - parlandone da vivo - aveva bagnato con la propria saliva. Successo insperato: il profilo di quest'uomo è ancora più prossimo a quello dell'assassino. Secondo chi indaga, ne è il padre. Inevitabile passare immediatamente ai figli. C'è molta speranza, la soluzione sembra vicinissima, ma alla fine il loro Dna non è quello trovato addosso a Yara. Delusione cocente.
Il lavoro però non si ferma. Si cerca, si cerca di nuovo. Ci si allarga su parenti stretti e meno stretti del defunto. Si setaccia la popolazione di Gorno, il paesino di montagna dove viveva l'uomo, si scende lungo la valle Seriana, fino all'hinterland di Bergamo, dove sono presenti familiari. Niente. Il Dna identico a quello ritrovato sullo slip di Yara non salta fuori. Nebbia pesante.
Che fare? C'è letteralmente da impazzire. L'idea è che il padre defunto abbia un altro figlio da qualche parte, ovviamente illegittimo, anche se tutti lo ricordano come tipo da lavoro e famiglia. Il passato suo e della famiglia viene rivoltato come un calzino. Facile immaginare gli effetti devastanti sugli equilibri di questa casa, ma le necessità di un'inchiesta tanto importante non possono fermarsi sull'uscio. Si procede. Ad oggi, tuttavia, ancora risultati zero.
Ora all'agenda si aggiunge un nuovo impegno: rastrellare anche i Dna delle donne di Gorno e dintorni, alla ricerca della possibile madre. Intanto, il consulente dei genitori di Yara avanza una richiesta per niente marginale: riesumare la salma del presunto padre dell'assassino. Soltanto in questo modo è possibile avere la certezza del suo Dna, finora prelevato dai francobolli: come escludere, spiega, che quei bolli li avesse attaccati un'altra persona? Senza contare, aggiunge sempre il consulente ex-Ris, che lo stesso profilo Dna dell'assassino, trovato sullo slip di Yara, potrebbe non essere così preciso: anche qui, come escludere che risulti «contaminato» dai tanti passaggi di mano durante indagini e sopralluoghi?
È il penoso destino di chi affronta ogni giorno questo lugubre rebus: ricominciare sempre da capo, anche quando sembra a un centimetro dalla soluzione. Strada facendo, intere famiglie e interi paesi precipitano nell'angoscia, tra sospetti e convocazioni in caserma, tra prelievi e interrogatori. Finora tanto dolore non è servito a niente. Sulle ultime ore di Yara permangono il buio e il gelo di quella sera fatale. E il dannato rompicapo del Dna rischia di somigliare sempre più a un'inutile storia infinita.