Don Gelmini: vi racconto il complotto contro di me

Il sacerdote anti-droga: "Una delle persone che mi accusa mi aveva
ricattato. Credo a una trama unica creata ad arte per colpirmi". I suoi legali: "Strano, le dichiarazioni delle vittime
sono tutte identiche&quot;. <a href="/a.pic1?ID=197430" target="_blank"><strong>La telefonata di Berlusconi: conta su di me</strong></a>

da Roma

L’ombra di una tentata estorsione, i fantasmi di una regia occulta, il timore di un complotto: l’inchiesta che vede don Pierino Gelmini indagato a Terni per presunte molestie sessuali compiute nei confronti di alcuni ex ospiti della sua «comunità incontro» lascia intravedere possibili torbidi retroscena. Già due giorni fa uno dei legali del sacerdote, l’avvocato Lanfranco Frezza, aveva detto che «non era da escludere» un fine estorsivo dietro alle denunce. E ieri lo stesso don Pierino ha confermato l’ipotesi, rivelando peraltro di aver subìto anche in passato ricatti e richieste di denaro o favori in cambio del ritiro di «accuse false». Don Gelmini ha raccontato che anche a maggio scorso, lo stesso giorno in cui con gli avvocati Frezza e Franco Coppi stava andando in procura a Terni per l’interrogatorio con i magistrati umbri, uno di coloro che lo accusano gli aveva telefonato per chiedere soldi in cambio di una ritrattazione, e ha aggiunto che anche in altre occasioni quelli che lui chiama «ricattatori» lo avevano invitato a incontrarsi per «discutere» della vicenda. Per lui, da oltre quattro decenni impegnato in prima linea nel recupero dalle dipendenze, niente di nuovo. Già in passato la procura di Terni aveva avviato un’inchiesta sulla comunità di don Gelmini, ma in quel caso, ricorda l’avvocato Frezza, «l’indagine fu archiviata, don Pierino non fu mai ascoltato e nemmeno indagato».
Parlando ai microfoni di Radio Vaticana, il sacerdote ieri ha ricordato d’altra parte come spesso i suoi ospiti, «persone che nella vita hanno sofferto», addebitino «la loro sofferenza agli altri». Già in passato, ha spiegato, «uno di questi, in una lettera che mi scriveva uscendo dal carcere, dopo dieci anni, mi diceva “la miglior vendetta è il perdono”, come per dire: “don Pierino perdonami!”. Però forse - ha proseguito don Gelmini nel suo intervento in radio - il suo perdono era finalizzato a una forma di estorsione: dopo aver ritrattato le accuse che mi aveva fatto, sperava da me chissà che cosa. Io gli ho trovato il lavoro - non è che io ti debba dare qualcosa perché tu ritratti, perché dici la verità - e dopo però ha riconfermato, visto che forse non aveva avuto i vantaggi che voleva. Allora è evidente che io devo accettare la mia croce».
L’idea che dietro all’inchiesta e alla fuga di notizie di questi giorni ci sia una trama ordita ad arte non è estranea al fondatore di Comunità incontro. «Credo di sì», spiega lui. Gli fa eco l’avvocato Frezza: «Personalmente mi sembra poco credibile che questi accusatori abbiano concordato la stessa versione. La mia opinione è che potrebbe esserci un “maligno” in regia». Anche l’altro legale di don Pierino, Franco Coppi, ricorda che all’epoca dell’interrogatorio a Terni, la «sensazione che ho riportato è che don Gelmini fosse convinto di essere destinatario di una ritorsione, di una ripicca. E la consistenza dell’accusa, con denunce un po’ tutte stereotipe, legittimava un sospetto del genere». L’esplosione mediatica del caso, comunque, non modifica le strategie della difesa: «Avevamo in programma di riprendere contatto con il magistrato dopo l’estate, visto che da maggio non avevamo avuto notizie. Di certo non ho alcuna intenzione di precipitarmi a Terni».
Va oltre il fratello di don Pierino, padre Eligio, che intravede una mano «politica», forse un tentativo di infangare don Gelmini per le sue battaglie contro il metadone o per essersi sbilanciato politicamente, dietro a un’aggressione che «altrimenti non ha ragione di essere».
Sul fronte dell’inchiesta, l’ipotesi che le presunte molestie possano essere avvenute nella stanza del silenzio viene smentita proprio dal personale del Molino Silla, il centro di recupero di Amelia, in provincia di Terni, che sarebbe stato teatro degli abusi. «La Stanza del silenzio - ha spiegato Giampaolo Nicolosi, segretario della comunità - è un ufficio con due vetrate enormi, trasparenti, senza tende. Due sono di tre metri per tre, e danno sulla strada. Poi c’è una porta a vetri che non ha neanche le chiavi. Non stiamo parlando di un bunker».