Una doppia sfida per Letta: pacificazione nazionale e crisi

In vista della fiducia di oggi, il neopremier punta sulla capacità di mediazione per compattare la maggioranza di larghe intese. Ma l'emergenza sociale incombe

In medias res, nel mezzo dell'azione. Senza alcun preambolo. Enrico Letta immaginava un inizio in salita per il proprio governo, ma non certo di essere scaraventato il giorno stesso dell'insediamento nel pieno di quella che può rappresentare la vera, grande insidia sulla sua strada: l'emergenza sociale. I drammi che la crisi genera nella vita delle persone; il corto circuito tra politica, economia e realtà vera o (talvolta) virtuale amplificati dai mass media e da certa demagogia. Il clima d'odio che rischia di trasformare in campo minato la capacità d'azione dell'esecutivo. Il «fattore piazza» in tutte le sue declinazioni, squilibrato di turno compreso.
Gli occhi sgranati del premier nell'apprendere le prime, frammentarie notizie durante la cerimonia del Quirinale, sono perciò il fotogramma preciso della presa di coscienza. Il momento del passaggio dalla teoria alla pratica, la trasmutazione dell'alchimia di laboratorio, per quanto riuscita, in sostanza palpitante. Da gestire con prudenza e fermezza. Poco conta che la natura isolata del gesto possa farne dedurre una portata relativa, perché una cosa sono i mille dibattiti televisivi con l'evocazione del disagio, altra è saper ricondurre questa frattura sociale a un suo alveo naturale, che non renda una via crucis il cammino intrapreso. «Diamo tranquillità al Paese», è stata la sua prima raccomandazione ai ministri.
Sobrietà, aveva raccomandato non a caso il presidente Napolitano anche agli «operatori dell'informazione». E per Letta significherà, al di là dei simboli di facciata, procedere sul serio verso il compito di una non scontata «pacificazione nazionale». In questo senso, non poteva uscire colomba più adatta dal cilindro del capo dello Stato. Le doti di moderazione del premier, la scuola tutta dc di conciliazione degli opposti, costituiranno la prima pietra di questo edificio che nasce su terreno paludoso. Sia pure con un perfetto dosaggio di materiale edilizio, da edizione rinnovata del manuale Cencelli. Pesi e contrappesi col bilancino. Ma sarà solo il capomastro a poter rendere stabile la struttura uscita dai veti, dalle considerazioni sull'età dei ministri e sulle loro competenze, dal tabula rasa che sembra presupposto indispensabile per voltar pagina sulla terza Repubblica.
«Mi aspetto un discorso alto e importante», diceva ieri il (finora) recalcitrante Renato Brunetta. E se le prime mosse di Letta, subito dopo il passaggio di consegne con Monti, sono state dettate dal buonsenso - solidarietà e vicinanza all'arma dei carabinieri, l'immediata visita in ospedale ai feriti - sarà necessario uno scatto di reni, una dimostrazione di coraggio e innovazione, per spezzare l'accerchiamento che lo attende, in Parlamento e nel Paese. Misto di scetticismo e sfiducia, d'inerzia e conformismo, di realismo e pessimismo. D'altronde le sfide che attendono il premier, anche al di fuori del «fattore piazza», al punto in cui siamo, somigliano di più al compito di un artificiere che a quello di un premier. Sbagliare a rimuovere un innesco, tagliare un filo piuttosto che un altro, può rendere la situazione esplosiva.
Più che dagli alleati del Pdl, le cui eventuali turbative paiono legate soprattutto dalle disavventure giudiziarie del Cav (una prima sentenza, l'appello per Mediaset, è attesa per il 20 maggio), Letta dovrà guardarsi da quell'hic sunt leones che è diventato il suo partito, il Pd. Un'indistricabile giungla di risentimenti che per il momento ha trovato panacea nel voto di fiducia al governo, per ora assicurato da tutte le correnti (unico dubbioso distinguo quello del giovane Civati). Ma i vecchi leoni rimasti in panchina sono mortificati e feriti, non morti. Colpi di coda e imboscate nei momenti cruciali delle scelte di governo non possono perciò essere esclusi. Più facile sarà invece gestire l'esplicita opposizione - autodefinitasi «responsabile» - di Sel, nonché quella, prevedibile, da parte della Lega. Riuscire a coinvolgere i cinquestelle sui temi di una modernizzazione e moralizzazione della politica, con scarti in avanti anche rispetto al suo partito, è l'opzione seducente e pacificatoria che Letta sta vagliando. Anche perché, almeno a parole, esiste un vastissimo fronte parlamentare che lo sosterrebbe. «Non a tutti i costi», in quest'area d'intervento, dovrebbe essere ormai formula da gettar via. Oltre l'ostacolo, assieme al cuore.