Per un esecutivo 63 giorni ma il record resta ad Amato

La quadra trovata dopo il fallimento di Bersani e il bis di Re Giorgio

Giuliano Amato a Palazzo Giustiniani

Roma - Ci sono voluti 63 giorni per avere la lista dei ministri del primo esecutivo della diciassettesima legislatura. È quasi record, viene battuto solo dal primo governo Amato del 1992: ben 84 giorni. La storia oggi parte da quel 25 febbraio che ha regalato il primo colpo di scena: la cosiddetta «non vittoria» di quel Pd che alla vigilia viaggiava sicuro nei sondaggi. Il suo segretario, Pier Luigi Bersani, è comunque convinto che un suo gabinetto è possibile. Partendo dal presupposto che i numeri (di una maggioranza molto relativa) non consentono altre ipotesi.
L'elezione di Laura Boldrini (16 marzo) alla presidenza della Camera dei deputati non rappresenta un vero banco di prova dal momento che il sistema elettorale ha consegnato alla coalizione di centrosinistra una maggioranza piena nella Camera bassa. Più insidiosa la scelta di un presidente di centrosinistra al Senato. Il centrodestra reclama il principio dell'alternanza. Alla fine, però, alcuni senatori grillini pensano che il candidato di Bersani (il magistrato Pietro Grasso) sia più digeribile del presidente uscente Renato Schifani.
Forte di questa piccola vittoria, Bersani immagina un governo che possa raccogliere l'appoggio esterno dei grillini. Napolitano, intanto, avverte tutti i protagonisti che il mandato per il governo deve avere le garanzie piene di successo, visto che trovandosi nel semestre bianco non c'è possibilità di sciogliere le Camere. Bersani, allora, forte del pre-incarico, inizia un giro di consultazioni per capire dove trovare i numeri della fiducia.
E qui arriva la prima spaccatura del Pd. Al suo interno molti sussurrano l'ipotesi di larghe intese (vagheggiata al contempo sia dal Pdl sia da Scelta civica). Il segretario, però, va dritto per la sua strada fino alle forche caudine dello streaming. La riunione con i rappresentanti del Movimento 5 stelle, ripresa in diretta sul web, è stato il momento più imbarazzante del pre-incarico bersaniano. Da quell'incontro (27 marzo) l'immagine del segretario del Pd si è ulteriormente offuscata. Da quel giorno il Quirinale inizia, quindi, a dubitare della riuscita di Bersani e invita le Camere a indicare al più presto la data per le elezioni del nuovo inquilino del Colle.
Il 18 aprile la battaglia politica si sposta da Palazzo Chigi al Quirinale. La parola d'ordine è: prima il nuovo presidente poi l'esecutivo. Un Bersani ormai «limitato» nella sua manovra di segretario tira fuori il nome di Franco Marini. L'ex segretario della Cisl però non sfonda. E la quarta votazione (nel pomeriggio di venerdì 19 aprile) rappresenta il culmine della disfatta per Bersani e per il suo «nuovo» candidato: Romano Prodi. Ben 101 franchi tiratori bocciano la linea del Pd. Mentre la folla, fuori da Montecitorio, esulta mangiando panini con la mortadella.
Intanto, vista la sciagurata prova di coesione del partito, sia Bersani sia Rosy Bindi si sfilano. Ed è qui che le maggiori forze politiche (a eccezione dei grillini, fermi sulla candidatura di Rodotà) invocano il Napolitano bis. Alle 14.30 di sabato 20 aprile il presidente scioglie la riserva e accetta. E la sesta votazione lo elegge con 738 voti. Il lunedì seguente il «nuovo» presidente fa, a Camere riunite, un discorso inequivocabile: le larghe intese sono l'unica strada per evitare la fine della XVII legislatura. Seguono tre giorni di consultazioni. I nomi più accreditati sono quelli di Giuliano Amato ed Enrico Letta. Ed è quest'ultimo a ottenere, il 25 aprile, l'incarico.