Duello Bossi-Maroni, Lega a rischio scissione

Roma«Chi comanda nella Lega sono io, non è più Bossi. Per cui se tu lo senti in amicizia mi sta bene, ma per il resto devi parlare col segretario federale della Lega». Cioè con Maroni, che ha voluto ripetere a Berlusconi, incontrato a pranzo a Roma l'altro giorno, che nella Lega le gerarchie sono cambiate. Nelle settimane scorse, Maroni era irritato dal fatto che Berlusconi continuasse a sentire al telefono Bossi come se fosse ancora Bossi a guidare il Carroccio. Il filo diretto tra i due per la verità non si è mai interrotto, Bossi e Berlusconi continuano a parlarsi spesso, cosa che succede anche tra Bossi e Tremonti, che sta lavorando ad un suo soggetto politico che non a caso guarda anche ai bossiani (tra Tremonti e Maroni non c'è mai stato feeling). C'è l'amicizia personale tra il presidente della Lega e il Cavaliere, e l'affinità elettiva (diversamente che con l'ex ministro dell'Interno) sul problema magistratura, secondo Bossi responsabile della sua fine politica con l'inchiesta sui soldi della Lega.
L'amicizia tra B&B dunque resta, e qui c'è poco da fare, ma per Maroni è importante che la catena di comando sia chiara a tutti, fuori dal partito come dentro il partito. Soprattutto perché Bossi continua a rivendicare il suo ruolo di «capo», termine con cui gli si rivolgono i fedelissimi, assicurandogli che la «nostra gente» è ancora con lui. «Il capo sono ancora io. Ci sono tanti cani piccoli che abbaiano molto ma non fanno paura... Maroni? Con me non è molto generoso». Il segretario federale lo zittisce ricordando l'esito congressuale, e Bossi ri-replica sibillinamente: «È la gente che decide tutti i giorni, non una volta per tutte. Maroni intende la segreteria come potere, non è così. Una scissione nella Lega? Speriamo di no, i rischi ci sono sempre...». E tanto per aggiungere sospetti a chi sospetta intrighi, mercoledì sera Bossi era a cena, in piazza Navona, con l'espulsa Rosi Mauro insieme al suo assistente Moscagiuro, due senatori tra cui Torri (che detesta Maroni) e l'onorevole Goisis che al congresso votò, praticamente da sola, contro Bobo. Una cena carbonara, in preparazione di gruppi autonomi in Parlamento o di una seconda Lega? La pentola bolle. «Bossi non ha intenzione di fare un gruppo perché si è sacrificato per l'unità della Lega - sostiene la Goisis -. Certo, noi siamo ben attenti a come viene condotto il partito...». I pasdaran si stanno contando per vedere se alla Camera e al Senato ci sono i numeri per fare un altro gruppo. Servirebbero, per regolamento, 20 deputati e 10 senatori. E c'è chi assicura che ci siano già i volontari... In Veneto c'è già una fondazione leghista che fa capo al bossiano Gobbo («Prima i veneti»), mentre una seconda fondazione leghista si sta costituendo in queste ore. Sembra che la foto di Bossi solo come un cane, in un tavolo di festa leghista, abbia colpito la militanza: l'immagine di un trattamento troppo duro verso il fondatore del partito.
Sul fronte alleanze comunque la nuova Lega non sembra destinata a cambiare rotta rispetto a quella di Bossi. Maroni puntava su un patto col Pdl di Alfano, ma se il candidato premier della «cosa di centrodestra» sarà ancora Berlusconi non ci sono veti da parte del segretario. Anzi, Maroni ha pubblicamente ripreso Salvini che aveva escluso il ritorno dell'asse Lega-Berlusconi («Sulle alleanze non parla il segretario lombardo ma quello federale, cioè io»). Nel faccia a faccia con Berlusconi, Maroni ha spiegato la proposta di legge elettorale leghista, sostanzialmente un proporzionale, che è la stessa strada che piace al Cavaliere («non c'è stata chiusura ma buon interesse» da parte di Berlusconi, dice Maroni). I due convergono anche su altri punti. La battaglia all'Imu, e lo smantellamento di Equitalia, due bandiere della Lega di Maroni, e due punti del prossimo programma elettorale di Berlusconi. E poi Maroni non ha dubbi che un alleato serva, per le politiche 2013 se la Lega si presenterà a Roma, ma soprattutto per il governo dell Lombardia, nel mirino dei leghisti.
Le prove del nuovo patto stanno funzionando. Al Senato il Pdl appoggia e fa passare un emendamento di Calderoli e Divina che fa saltare il principio di «unità giuridica o economica della Repubblica» nell'ambito dell'attività legislativa del Parlamento, fatto che fa infuriare il Pd. Un buon segno per la futura intesa Maroni-Berlusconi.