E nel libro di scuola alla voce Veneto spunta "imbranato"

Il sussidiario adottato da una elementare di Feltre contestato dai genitori: "Ci discrimina"

«Lo scolaro associ a ogni regione italiana un termine che la ricordi immediatamente». Mutatis mutandis, il messaggio «educativo» (le virgolette sono ironicamente d'obbligo) di un sussidiario attualmente in dotazione a una scuola elementare di Feltre, era in buona sostanza questo. A seguire, il libro di testo forniva una traccia che associava a ogni luogo un piatto tradizionale o un genere alimentare della tradizione. Facile anche per dei bambini di quinta. E così via con le ovvietà, dal panettone per la Lombardia al pesto per la Liguria, passando dalla pizza per significare la Campania. Peccato però che alla voce «Veneto» l'autrice del libro, in evidente debito di fantasia, ma più probabilmente in forte credito di sciocca e gratuita polemica anti-nordista, non abbia trovato meglio che associare il termine «imbranato».
L'accusa, partita da una mamma di Feltre che ha scoperto la magagna a pagina 25 di questo libro di testo della Mondadori Education - capitolo «Gerghi e dialetti» - mentre aiutava il suo bambino a fare i compiti, è planata nero su bianco e timbro di un avvocato fin sulla scrivania del sindaco della cittadina veneta, il senatore della Lega Nord Gianfranco Vaccari. Che ha investito della cosa la presidenza stessa di palazzo Madama chiedendo «un intervento per verificare la bontà dei libri di testo che vengono dati ai nostri ragazzi se si vuole garantire una buona cultura e formare nuove generazioni sempre all'altezza della situazione». Sacrosanto. Da sottoscrivere.
Non occorre infatti essere uno chef per capire che il succitato imbranato non è mai stato qualcosa da mangiare non essendo né un primo, né un secondo, né tantomeno un dessert. E questo in nessuna regione d'Italia. È un fatto che rimanga invece, in tutte le regioni, soltanto una gratuita offesa. Non è poi nemmeno necessario chiamarsi Devoto Oli oppure Zingarelli per notare che mentre in questo preclaro paradigma dell'editoria scolastica (qui mancano le virgolette, ma rimane sottintesa l'ironia) le altre regioni sono considerate tali, il veneto ha invece perso la maiuscola, passando dallo status e dal significato di regione a quello di colui che vi abita. Una stonatura palese, insomma, un ridicolo pastrocchio in grado soltanto di ingenerare confusione nella testa di un bambino. Del tutto legittimato a chiedere: «Mamma, ma che gusto ha l'imbranato? E quando me lo fai?». Tutto per il solo presumibile gusto di quel paragone stupido e del tutto fuori luogo.
È roba triste, polverosa, addirittura in bianco e nero, che riporta agli anni andati di una certa cinematografia o televisione grevemente romanocentrica e fortunatamente d'antan, in cui i cosiddetti polentoni erano sempre e comunque gli sciocchi di turno negli sketch, nelle barzellette e perfino nei Caroselli pubblicitari, mentre le loro donne erano unicamente prosperose domestiche o balie. Leggendaria, per la sua irritante stupidità, la domestica di colore dal forte accento veneto che negli anni Sessanta pubblicizzava l'Olio Sasso.
Ovvio che la vicenda, lungo la sua via per scendere fino a Roma dai 325 metri sul livello del mare sui quali si affaccia Feltre, abbia fatto tappa anche un po' più vicino, a Palazzo Balbi, sul Canal Grande, sede della Regione Veneto. Dove il consigliere Mariangela Foggiato, dell'Unione Nordest, ha chiesto alla Giunta «urgenti iniziative per tutelare la dignità e il prestigio del popolo veneto» dal momento che «dopo anni di bieco e ottuso razzismo nazionaltricolore nei confronti dei veneti si pensava nel terzo millennio di non assistere più a simili situazioni».
Ma oltre a chi si è legalmente indignato affidando la cosa agli avvocati e a chi si è politicamente incazzato alzando veemente i toni, c'è stato anche chi si è espresso preferendo sdrammatizzare. «E se anche i veneti fossero considerati imbranai? - si chiede infatti sul blog del Corriere delle Alpi uno che si firma «Scettico, queo vero» -. L'importante è non esserlo. Come insegnatomi dai veci, io porto sempre do schei de mona in scarsea». Che sta per due soldi da stupido sempre in tasca. Nel senso che non si sa mai, a volte possono tornare utili anche quelli.