E Passera zittisce i No Tav: «La Torino-Lione si farà»

«Acab, acab». All cops are bastard, tutti i poliziotti sono bastardi. Alle 19.40, giusto in tempo per le telecamere dei Tg della sera, rimbomba fuori la Cassazione lo slogan che solitamente mette d'accordo ultras avversari, antagonisti rossi e neri, teppisti in batteria. Si sbeffeggia lo Stato che ha appena gettato la spugna sull'ultimo, unico, gruppetto di dieci presunte tute nere responsabile delle devastazioni e dei saccheggi della città di Genova, al G8 del 2001. A pagare per tutti quei danni provocati da migliaia di black bloc e tute bianche, quantificati in quasi 60 milioni di euro, appena cinque imputati, di cui tre finiscono in cella con la pena scontata. Per il restante quintetto condannato in primo e secondo grado, sentenza annullata e processo da rifare. E questo senza dimenticare la «prescrizione» che in appello aveva letteralmente salvato dal carcere altri quindici manifestanti esuberanti, a cominciare dal tristemente noto Massimiliano Monai, il pacifista che assaltò con una trave il Defender dei carabinieri da cui l'appuntato Placanica sparò a un incappucciato con l'estintore in mano: Carlo Giuliani.
La Suprema Corte che ha infierito senza pietà sui vertici della polizia di Stato negando loro anche le attenuanti generiche, ha infatti annullato con rinvio, ad un'altra sezione della Corte d'appello di Genova, le condanne a cinque no global (Carlo Arculeo, Antonino Valguarnera, Luca Finotti, Dario Ursino e Carlo Cuccomarino) a cui era stata negata l'attenuante «di aver agito per suggestione di una folla in tumulto», e che dunque restano liberi. Per il solo reato di detenzione di bottiglie incendiarie, cancellate le condanne a carico di Marina Cugnaschi, Vincenzo Vecchi, Luca Finotti e Francesco Puglisi, con sconto di pena compreso tra un anno e nove mesi. Le uniche condanne confermate sono quelle di Ines Morasca (6 anni e 6 mesi) e Alberto Funaro (10 anni). Tutti e cinque finiranno in galera. Di quegli infiniti episodi di violenza nessun altro sarà chiamato a rispondere, e pensare che il gip che si occupò per primo dell'inchiesta parlò di «impressionante furia distruttrice» con una lunga lista di disastri: date alle fiamme 83 auto, 25 moto, sfondati o gravemente danneggiati 41 negozi, 34 banche, 9 uffici postali, 16 distributori di benzina, 7 edifici pubblici e privati, un carro attrezzi, una ventina di sportelli bancomat, 9 cabine telefoniche. Per non parlare degli oltre 500 servitori dello Stato finiti all'ospedale. I black bloc si erano mossi come un sol uomo andando allo scontro frontale con le divise, assaltando i cantieri per ricavarne munizioni e armi, allestendo trincee con cassonetti e rifiuti in fiamme. L'accanimento su Genova fu un qualcosa di mai visto prima, ma è acqua passata. E il ragionamento ora in voga tra i no global è il seguente: un conto è andare in giro mascherati, prendere a sputi, calci e pietrate i carabinieri, mettere a ferro e fuoco una città, seminare panico nella cittadinanza, rapinare supermercati. Un altro è picchiare innocenti in una scuola.
Se per quel disastro cittadino da 120 miliardi di lire sono responsabili solo cinque persone, questo basta a qualificare un'indagine che non è mai riuscita a decollare per identificare compiutamente i balordi che trasformarono il capoluogo ligure in un campo di battaglia. Resteranno nell'ombra quelli che distrussero auto e vetrine a sprangate, che sradicarono le ringhiere dalle aiuole per lanciarle sulle forze dell'ordine, che assaltarono il carcere di Marassi, provarono ad arrostire con le molotov due carabinieri in un furgone. Non si saprà mai il nome di quelli che si resero protagonisti del saccheggio del supermercato «DiperDi» di piazza Giusti, una razzia da far west camuffata da spesa proletaria con i teppisti fotografati all'uscita mentre stappavano bottiglie di spumante e spingevano carrelli stracolmi di prodotti rubati. Non si saprà chi minacciò i fotoreporter brandendo una mazza di ferro per allontanarli e non finire nel mirino dei teleobiettivi e gli altri che facevano parte del gruppo di assalitori del Defender di piazza Alimonda. I blog antagonisti sono già sul piede di guerra, perché cinque compagni sono finiti in galera, a differenza dei superpoliziotti (in teoria) destinati a scontare la pena ai servizi sociali. E il passaggio dalle minacce digitali a nuovi scontri di piazza rischia di essere breve. Anche perché ieri, il pm romano Tescaroli, ha chiesto il rinvio a giudizio di altri 19 manifestanti che, il 24 novembre 2010, assaltarono il Senato contro la riforma Gelmini. Tra questi c'è anche un indagato per gli scontri no-Tav, Damiano Calabrò. Sempre presente, un'insignificante coincidenza.
(ha collaborato Simone Di meo)