E sempre più comuni combattono le macchinettel'inchiesta

C'è chi si è venduto la casa senza neanche avvertire il coniuge. E chi, dopo essersi messo nelle mani degli strozzini, si è disfatto dei gioielli della moglie. E poi c'è un signore che per sei mesi non ha pagato la retta della scuola di suo figlio: quei soldi gli servivano per appagare quel bisogno assurdo e incontrollabile di sfidare il destino davanti alla macchinetta del videopoker.
Così, mentre in tutta Italia cresce la protesta contro il gioco d'azzardo - e molte amministrazioni locali prendono provvedimenti concreti - 15 milioni di italiani continuano a scommettere. E a rovinarsi, dal momento che due milioni di giocatori sono a rischio patologico, mentre 800mila sono già in cura per disintossicarsi. La disperazione a volte può portare alla follia, come dimostra il caso di Luigi Preiti. La sua ex moglie, Ivana Dan, dopo essersi scusata con le tre persone ferite sabato davanti a Palazzo Chigi ha dato la colpa alle macchinette: «Il gioco è il problema che ci ha portato alla separazione». Un destino che colpisce sempre più famiglie. «Il gioco d'azzardo è alla base del dieci per cento dei divorzi - conferma Gian Ettore Gassani, presidente dell'Associazione avvocati matrimonialisti - In genere la responsabilità è degli uomini, che cadono nel tunnel e non riescono più a occuparsi della famiglia. Usando spesso i soldi condivisi con il partner. E spesso, una volta in tribunale, non possono neanche essere obbligati a versare l'assegno di mantenimento perché non posseggono più nulla». Un fenomeno trasversale, che colpisce giovani, anziani. E anche i bambini. «Il 47,1 per cento degli studenti fra 15 e 19 anni ha avuto a che fare con le macchinette - spiega Piero Magri, dell'associazione Terre di Mezzo - Ma a preoccupare sono soprattutto i più piccoli: l'8 per cento dei bimbi fra 7 e 11 anni gioca on line utilizzando soldi».
Di fronte all'emergenza molti Comuni hanno deciso di prendere provvedimenti. Lo scorso gennaio è nato il manifesto contro il gioco d'azzardo - promosso da Terre di Mezzo e Legautonomia - al quale aderiscono i sindaci di 160 città italiane con l'obiettivo di sensibilizzare l'opinione pubblica e combattere il fenomeno. L'ultimo primo cittadino, in ordine di tempo, è stato quello di Cadorago, in provincia di Como. Ma le iniziative non finiscono qui. Cantù, ancora una volta in provincia di Como, vorrebbe chiudere la maggior parte delle sale gioco, e far sparire le macchinette dai bar del centro. Mentre a Pavia è nata la prima mappa italiana dei bar «liberati» dai videopoker: on line c'è l'elenco di tutti i locali della città nei quali i gestori si sono rifiutati di installare macchinette preferendo, invece, offrire passatempi alternativi. Nonostante la protesta il fenomeno è in costante espansione: in tutta Italia le cosiddette new slot sono 379mila, mentre i terminali che offrono jackpot fino a 500mila euro sono 45mila, distribuiti in 4.500 sale attive. I dati resi noti da Agipronews disegnano un Paese sempre più schiavo del gioco d'azzardo: le regioni più a rischio, in questo senso, sono Lombardia - complessivamente ci sono più di 60mila macchinette - Lazio e Campania. Ma la situazione è allarmante in tutto il Paese: «Nel 2012 sono stati spesi oltre 80 miliardi di euro - prosegue Magri - La spesa media, per ogni puntata, supera abbondantemente i cento euro a testa. Ma il dato peggiore è che a giocare è il 47 per cento delle persone che vivono al di sotto della soglia di povertà. L'erario statale guadagna qualcosa come otto miliardi all'anno, ma ne spende sei per curare le persone affette da ludopatia». Perché quando la situazione diventa insostenibile, e i debiti rendono la vita impossibile, non resta altro che disintossicarsi.
I centri specializzati, in Italia, sono pochissimi. Uno dei più efficienti è stato creato dalla Asl Milano 1, che monitora il fenomeno e offre un percorso di accompagnamento alle persone affette da ludopatia. «Funziona bene anche il progetto Orthos, partito dalla Toscana ma ormai diffuso a livello nazionale - conclude Magri - Ma lo Stato non mette a disposizione fondi per questo genere di iniziative. Così, o le Asl intervengono con fondi propri o non c'è alcuna possibilità di intervenire».