E la senatrice pd Capacchione rischia due anni

È di 30 mesi la richiesta del pm per la giornalista anti camorra

Rischia due anni e mezzo di carcere per calunnia la neo senatrice del Pd Rosaria Capacchione. La giornalista del Mattino, capolista in Campania, è alla sbarra per aver (falsamente) accusato di concussione il finanziere Luigi Papale che stava indagando sulle nebulose fortune di suo fratello Salvatore, imprenditore edile della provincia di Caserta. La requisitoria è stata pronunciata ieri dal vice procuratore onorario nella sezione distaccata di Caserta del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Il difensore della giornalista, Vittorio Giaquinto, interpellato dal Giornale, si è detto certo della possibilità di dimostrare l'inconsistenza delle contestazioni. La Capacchione che vive sotto scorta dopo aver ricevuto una lettera minatoria (indirizzata anche a Roberto Saviano e al pm Raffaele Cantone) da parte dei boss casalesi, secondo la Procura, avrebbe riferito al maggiore Vittorio Capriello che Papale sarebbe stato a libro paga della famiglia Coppola, altra potente schiatta di costruttori di Terra di Lavoro, interessata a danneggiare i Capacchione per questioni di rivalità. Un'accusa falsa, visto che di questo presunto giro di mazzette, malgrado una approfondita indagine sul militare, che ha visto addirittura «attenzionati» i conti correnti di una parente novantenne, nulla è emerso.
Di qui, la denuncia per calunnia e la costituzione di parte civile da parte del finanziere nel processo che ne è scaturito. Nel corso di un diverso filone di indagine, la Capacchione sarebbe stata intercettata mentre si sfogava al telefono con il fratello, proprio a proposito di questo supposto «accanimento» della Gdf e di alcuni suoi uomini verso la loro famiglia.
La cronista avrebbe esclamato frasi del tipo «vorrei andarlo a prenderlo con il mitra» e che certi finanzieri sono «peggio di Sandokan». Espressioni che comunque non sono agli atti di questo filone e che l'eroina anticamorra dei democrat ricorda di non aver riferito.
Anche se, nel corso di un'intervista, durante la campagna elettorale, ha chiarito: «Non escludo nulla. Io non ricordo di aver utilizzato queste parole, mai, ma non lo escludo». E per una (brava) giornalista che rischia la condanna per calunnia, ce ne è un'altra che ha deciso di mettersi invece decisamente al servizio degli apparati della giustizia – stando almeno a quanto raccontano gli atti dell'inchiesta napoletana sulla presunta compravendita dei senatori nel 2007 – assicurando «protezione personale» al principale testimone d'accusa nell'indagine a carico di Sergio De Gregorio, presunta vittima di un pestaggio. In cambio di un'intervista.
(ha collaborato Simone di Meo)

Commenti

Raoul Pontalti

Mer, 10/04/2013 - 14:10

Non basta che la notizia relativa alla commissioni di reati da parte del finanziere fosse falsa perché si concretizzi la calunnia, bisogna anche che la persona "calunniante" fosse ben conscia della falsità delle accuse formulate e l'abbia comunicata ad arte. Se si ammettesse che basta la non fondatezza delle denuncie per far condannare taluno per calunnia nessuno si rivolgerebbe all'autorità giudiziaria per riferire certi fatti ed esprimere convincimenti su possibili responsabili. Ripeto per integrare il reato ci vuole consapevolezza della falsità dei fatti criminosi attribuiti e tale consapevolezza va dimostrata da parte dell'accusa. Il fatto poi che al telefono uno dica che vuole morto qualcuno non significa un bel nulla di per sé e nemmeno ha rilevanza che su di una certa persona si esprima giudizi poco lusinghieri e questo venga rilevato da intercettazione. Non entro nel merito della vicenda, potrebbe nel concreto anche sussistere il reato ipotizzato, ma va ricordato come non sia così automatica la relazione accusa inconsistente o falsa e reato di calunnia.