Ecco la legge che ferma Berlusconi

La commissione Affari costituzionali della Camera approva un articolo del provvedimento sul conflitto di interessi: chi ha un patrimonio superiore a 15 milioni o un'impresa che svolge attività in regime di autorizzazione o concessione, deve vendere o affidare tutto a un trust

Roma - Silvio Berlusconi è incompatibile con una carica di governo. La commissione Affari costituzionali della Camera ieri ha votato l’articolo 7 della proposta di legge Franceschini nella sua nuova formulazione che blocca l’accesso all’esecutivo ai titolari di un patrimonio superiore ai 15 milioni di euro o di «un’impresa che svolga la propria attività in regime di autorizzazione o concessione». L’ok è giunto al termine di una giornata convulsa caratterizzata da nuovi litigi nella maggioranza. Il messaggio è chiaro: imprenditori, facoltosi benestanti e persino vincitori del Superenalotto non potranno varcare la soglia di Palazzo Chigi. Se il provvedimento, attualmente a Montecitorio, supererà le forche caudine del Senato dovranno riporre nel cassetto le ambizioni politiche tanto il presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, quanto il patron del gruppo Espresso-Repubblica, Carlo De Benedetti, che ha prenotato la tessera numero uno del Pd.
Berlusconi out. Lo stakanovismo del presidente della commissione Affari costituzionali, il ds Luciano Violante, abile regista del processo emendativo, ha consentito di approvare gli articoli 7 e 8 del progetto di legge Franceschini. Alla nuova Authority per i conflitti di interesse spetterà evidenziare tale situazione e imporre l’aut aut. In caso di opzione per la carica governativa l’autorità potrà stabilire tempi e modi della separazione degli interessi.
Il trust. Le osservazioni del presidente della Consob, Lamberto Cardia, sui dubbi di costituzionalità dell’obbligo di cessione delle partecipazioni in imprese conferite in blind trust hanno sortito i loro effetti. È stato approvato un emendamento che consente al fiduciario del trust di mantenere le quote fatti salvi i casi in cui la vendita «è l’unica misura possibile». E chissà che Berlusconi non rappresenti un caso eccezionale, visto il clima «sovietico» che si respira a Montecitorio. Le future velleità politiche del leader della Cdl potrebbero costargli la dismissione di Fininvest e, a cascata, di Mediaset.
Spaccature. L’ok al provvedimento è una chiara dimostrazione di come l’antiberlusconismo funga da ottimo collante per la maggioranza che nella riunione dei capigruppo aveva mostrato più di una smagliatura. Verdi, Pdci e Idv hanno insistito perché nel provvedimento fossero inserite norme per l’ineleggibilità dei candidati in presenza di conflitti di interesse. Apriti cielo. «È demagogia», ha ribattuto Gianclaudio Bressa, vicecapogruppo dell’Ulivo. Sul tema Ds e Dl sono spalleggiati da Rifondazione, ma i «cespugli» hanno continuato a far pressione per esibire la nuova legge come un trofeo alla campagna elettorale per le amministrative. Il conflitto ha fatto risaltare l’assenza dell’Udeur, che vive da «separata in casa» nell’Unione dopo le ultime tentazioni referendarie dell’Ulivo.
Rischio-impasse. «Riteniamo che il conflitto di interessi debba essere prevenuto - ha dichiarato Felice Belisario (Idv) - e presenteremo in aula i nostri emendamenti sull’ineleggibilità, convinti che ci troveremo in buona compagnia». Parlamentari della Margherita sono pronti a convergere sulle posizioni radicali. Il rischio impasse c’è.
La Cdl. Forza Italia ha provato a chiedere uno slittamento dell’esame dell’aula, previsto il 14 maggio. Ma si è deciso di aspettare la fine dei lavori della commissione Affari costituzionali. E Violante, va come un treno. «Ora per candidarsi bisognerà mostrare un certificato di indigenza», si mormora in Transatlantico.
Bruxelles. «Dall’Ue sono arrivate solo osservazioni giuridico-formali». Così il ministro Vannino Chiti ha minimizzato i rilievi di Bruxelles sul tetto del 45% alla raccolta pubblicitaria delle tv imposto dal ddl Gentiloni ribadendone la natura «transitoria».