Ecco il piano di Grilli per evitare la stangata

«La strada praticabile è quella di garantire, con un programma pluriennale, vendite di beni pubblici per 15-20 miliardi l'anno, pari all'1 per cento del pil». Alla fine anche il ministro dell'Economia, Vittorio Grilli, colloquiando con il Corriere, s'è lasciato un po' andare. E ha riproposto - questa volta fornendo cifre - quella che dovrebbe essere la strada maestra per ogni Paese troppo indebitato: la cessione dei «gioielli di famiglia».
L'idea non è nuova, anzi data oltre 26 anni, ma la sua attualità è imposta dal terremoto degli spread. Anche perché fino alla ratifica del trattato per il fondo salva-Stati permanente Esm, le risorse comunitarie saranno limitate al centinaio di miliardi rimasti in dotazione al vecchio Efsf. In più la cancelliera Angela Merkel non è disposta a ulteriori deroghe alla politica di rigore. «Non avranno chance - ha detto - tutti i tentativi di chiedere solidarietà senza alcuna contropartita». Circostanza confermata anche dal presidente dell'Eurogruppo, Jean-Claude Juncker: «Se l'Italia chiedesse un salvataggio, dovrebbe sottoporsi alle regole di supervisione esistenti».
Chi fa da sé fa per tre, perciò. Tant'è vero che è stato rispolverato il piano di Giulio Tremonti del quale Grilli era braccio destro. Il punto di pil citato come obiettivo di riduzione del debito, infine, è lo stesso target fissato da Edoardo Reviglio (capo economista della Cassa depositi e prestiti) in un dossier presentato a settembre.
Ma veramente lo Stato può vendere l'Enel, la Rai, immobili, le vecchie caserme e persino la Fontana di Trevi e ricavare tutti quei soldi? Nella dismissione del patrimonio pubblico sono riposte le speranze del comune cittadino di non vedersi travolto da un'altra stangata fiscale a partire dall'aumento dell'Iva al 23% rinviato al 2013.
L'attivo dello Stato italiano, cioè i beni dei quali dispone, sempre secondo lo studio di Reviglio, ammonterebbe a circa 1.800 miliardi di euro, una cifra inferiore al nostro debito pubblico che ormai veleggia verso i 2mila. Di questo, la parte più facilmente cedibile è rappresentata dagli immobili, il cui valore è stato stimato in circa 368 miliardi di euro. Di questi, 42 miliardi rappresentano il valore della parte libera, cioè non utilizzata dalle amministrazioni. Una volta avviato il processo per i primi due anni le cessioni da 15-20 miliardi sarebbero assicurate. Un tempo sufficiente per sgomberare gli altri immobili da dismettere.
Ci sono, tuttavia, due difficoltà. La prima è particolarità tutta italiana: il debito è dello Stato al 94%, ma gli attivi a disposizione sono solo il 33% del totale. Rapporto che più o meno si ripete anche per il real estate: su 368 miliardi ben 227 sono in mano a Comuni, Province e Regioni. Ecco perché il premier Monti nel decreto salva-Italia aveva impresso un'accelerazione al disegno tremontiano, coinvolgendo l'Agenzia del Demanio per aiutare le autonomie nel processo di vendita.
La seconda difficoltà è invece connessa alla crisi. Le transazioni sono ferme e anche nell'immobiliare è difficile riuscire a conseguire il prezzo desiderato (come hanno già testimoniato le esperienze delle cartolarizzazioni degli immobili Inps). Ma questo Grilli lo sa bene. «Il patrimonio è di difficile valorizzazione», ha chiosato.
Quindi, per essere certi di raggiungere quell'obiettivo di 75-100 miliardi in cinque anni, il ministro punta sulla spending review «riducendo drasticamente le società municipali con un solo cliente, l'ente fondatore, in modo da favorire l'apertura dei mercati ai privati». Sono 2.700 società: alcune sono quotate in Borsa, altre sono proprio minuscole, ma il settore di interesse è lo stesso: i servizi pubblici. Venderle porterebbe un beneficio non solo in termini di incasso, ma anche di deconsolidamento del debito. Allontanando uno spettro che si aggira per l'Italia: una nuova stangata.