Ecco il segreto dei grandi: svegliarsi con le galline

È una necessità, un'abitudine, una sfida. Da Plinio il Vecchio a Marchionne tanti i grandi che dormono pochissimo. Per non perdere tempo. E per paura di morire

Max Nisen e Gus Lubin tracciano su Business Insider, website di tech e finanza con base a New York City, un particolare profilo di 29 manager e personaggi planetari, da Sergio Marchionne a Ursula Burns (Xerox), da Richard Brenson (Virgin Group) a Indra Nooyi (PepsiCo), da Dan Akerson (GM) a Tim Cook (Apple), per finire ai due Bush, padre e figlio. Che cos'hanno in comune? La sveglia, che squilla tra le 4 e le 5 di mattina, se non prima, feste e domeniche incluse: il club degli insonni più potenti del mondo, asceti del business. «La gente di successo si alza presto» è il succo, con il suo rovescio: «Per sfondare, sonno ai minimi termini». La storia pare confermare la tesi, perfino con avanzo. «Poltroni, ghiri, sfaticati!» avrebbe detto di Marchionne&C. un iperattivo dell'antichità, Plinio il Vecchio. E avrebbe rincarato la dose: «Quando questi smidollati escono dall'abbraccio di Morfeo, io sono già alla macina da almeno quattro ore». Dunque, sveglia a mezzanotte in punto. Un'abitudine da brivido, anche se Plinio la praticava dopo le feste di Vulcano, in maggio, all'inizio dell'estate e della stagione militare. D'inverno, si concedeva qualche ora di riposo in più. Ci informa di tutto il nipote, Plinio il Giovane, ammiratore di uno zio che, oltre ad essere il braccio destro dell'imperatore Vespasiano (altro cultore delle sveglie antelucane), era un principe del foro, un condottiero e, soprattutto, uno studioso infaticabile. Era la passione per il sapere a tenerlo arzillo. Per lui il sonno era tempo sprecato. Erano gli unici momenti in cui non leggesse. Non smetteva neppure mangiando o facendo il bagno: un domestico addestrato leggeva per lui, a voce alta. C'era anche chi, in preda ai propri demoni, al riposo notturno non concedeva neppure un'ora. Il poeta Lucrezio lo confessa, nel suo De rerum Natura: «La poesia è un'impresa difficilissima. Mi costringe a stare sveglio tutta la notte, quando c'è pace, per cercare le parole...». Quando arde una passione autentica, non c'è spazio per il sonno. Socrate era consumato dal desiderio di verità. Quando un appetito filosofico lo assaliva, resisteva al bisogno di dormire cadendo in una specie di vigile trance, che poteva durare più giorni. Ce lo racconta un suo scolaro e ammiratore, Alcibiade, nel Simposio di Platone. Gli altri lo consideravano un matto, per questa stramba insonnia. Socrate meditava in piedi, come una sentinella. Quando gli pareva di avere risolto il rompicapo (dopo un paio di notti all'addiaccio), salutava il sole sorgente con una preghiera, e andava a lavarsi, come se niente fosse, riprendendo il tran tran. Chissà quanto pagherebbero i manager di oggi per una resistenza simile. Un primatista della categoria è Napoleone Bonaparte, divorato prima dall'ambizione, poi dal potere, infine dalla disfatta. «Ho una sola risorsa, il lavoro» scrive alla madre nel 1785, quando è ancora un ufficialetto alla Scuola Militare di Parigi, e aggiunge «mi cambio solo ogni otto giorni, dormo pochissimo, vado a dormire alle 23 per risparmiare le candele, e mi alzo alle 3 di mattina». Con la carriera travolgente, le cose non migliorarono. Anzi. Il sonno e il letto restavano per lui i nemici da battere. I domestici e uomini dello staff erano convocati a ore impossibili. Ai pranzi e alle cene (anche quelle ufficiali) non dedicava che una decina di minuti. Al riposo notturno avrebbe concesso ancor meno, potendo. Si coricava con una disperazione ribelle, ricorda un domestico, gettando i vestiti per terra, sui mobili, sui tappeti. Appena sveglio, il bagno. Ma non era relax. Dettava il piano strategico delle battaglia imminente. Non ammetteva il cedimento. Né in sé, né negli altri. «Come, birbante, dormite in camera mia!», urlò una mattina alle cinque al principe di Tayllerand, che si era allora appisolato dopo un interminabile consiglio di guerra, su un divano nella stanza da letto dell'Imperatore. Nelle campagne, dedicava la notte allo studio delle mappe. Lo fece anche a Waterloo. Aveva avuto una nottataccia. Due ore di sonno, alla locanda Le Caillou, poi via, tra i fuochi dei bivacchi, agli avamposti. Temeva che Wellington gli sfuggisse. L'inglese, invece, era là, sveglio anche lui. Aveva sorseggiato un tè zuccherato all'alba, e aspettava le mosse. Guardava spesso il suo orologio, ancora regolato sull'ora di Greenwich: sapeva che in guerra contano le lancette, l'attimo giusto per l'attacco. Tra i despoti, Hitler non era mattiniero. Si svegliava alle 10. Ma aveva cenato all'una, e ceduto al sonno alle 6. La notte era tutta per i suoi fantasmi. Alessandro Magno detestava il sonno: «Mi ricorda che sono mortale», diceva.