Elezioni, in un video la prova dei brogli

Centinaia di voti regalati all'Unione, il governo costretto a riferire in parlamento. Un filmato girato in Australia mostra come è stato falsato il risultato dell'aprile 2006 per gli italiani all'estero. <a href="/video.pic1?ID=votoaustralia090707"><strong><font color="#ff6600">Guarda il video</font></strong></a>

Roma - Dal segreto dell’urna a quello del marsupio, nel Paese down under, dove tutto è capovolto, il passo è breve. Il video diffuso dal candidato al Senato dell’Udeur per l’estero Paolo Rajo, che l’ha girato «in una casa di Sydney», in Australia, prima delle scorse elezioni politiche, è di quelli destinati a far discutere, rilanciando le polemiche sui paventati - e ora sembrerebbe anche dimostrati - brogli nelle operazioni di voto dei nostri connazionali residenti oltreconfine. Anche perché, al tirar delle somme, la pattuglia di parlamentari «esteri» si è rivelata decisiva per sostenere la fragile maggioranza di centrosinistra.
Nelle immagini si vede chiaramente un tavolo coperto di schede elettorali del Senato (viola) e della Camera (arancioni) che vengono pazientemente compilate in serie dalla stessa mano. Che prima appone sulle schede per Palazzo Madama una croce dopo l’altra sul simbolo dell’Unione e poi scrive a ripetizione il nome del candidato per la «ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide», Antonio Randazzo. Poi fa lo stesso, ma sbagliando, su quelle per Montecitorio: la croce finisce sul simbolo di Forza Italia (in alto a sinistra, stesso posto dell’Unione nelle schede del Senato), ma il nome scritto non è quello della candidata azzurra, Teresa Todaro Restifa, ma quello di Marco Fedi, vicesegretario generale del Consiglio generale degli italiani all’estero, che correva per l’Unione. Infine, le schede «votate» finiscono nelle buste indirizzate al consolato, dove dovevano arrivare entro il 6 aprile del 2006 per poi essere spedite in Italia. Alla faccia della regolarità delle elezioni.
Il tutto avviene sotto gli occhi di Rajo (giornalista per la radio australiana in lingua italiana «Rete Italia») che commenta perplesso, mentre riprende la scena con il telefonino, il «broglio in diretta», si rammarica di non poter dire il nome del «committente» e chiede conferma, ottenendola, che le schede siano almeno un centinaio. Sul muro si intravede un calendario, aperto al mese di marzo.
Quindici mesi dopo il video e il racconto di Rajo finiscono online, sul sito Repubblica.it, e il caso finalmente esplode. Ma il particolare più inquietante è che il candidato del partito di Mastella dichiara di aver denunciato subito il caso, spedendo al suo partito una copia del video via e-mail e raccontando cosa stava accadendo, ma senza ricevere alcuna risposta dall’Udeur. E di aver quindi «bissato» la spedizione rimandando il materiale al partito via posta espressa, con lo stesso esito. Nullo.
Lo stesso Rajo spiega poi alla redazione web del quotidiano di aver «scoperto» il broglio per caso, quando un conoscente a cui aveva chiesto il voto gli avrebbe risposto: «Ma Paolo, noi ti stiamo già aiutando, in garage c’è mo figghiu cu ati boy frend che ti stanno a riempire le tue ballot paiper». A fornire il «materiale» all’emigrante, secondo quanto riferito dall’uomo a Rajo, erano state «alcune persone», che avrebbero promesso una cassa di birra come ricompensa per l’«aiuto».
Alla fine proprio Randazzo e Fedi (i cui voti «aggiustati» erano comunque nulli) risultano eletti e «volano» a Roma insieme alla maggioranza, risicata soprattutto al Senato. Ma la storia dei voti espressi, letteralmente, «a tavolino» rimane sconosciuta per oltre un anno, prima di deflagrare. Con sufficiente clamore da riproporre non solo i dubbi sulla regolarità delle operazioni di voto al di fuori dell’Italia, ma anche la stessa funzionalità di un sistema, quello del «voto per posta», che con questo scandalo dimostra le sue intrinseche debolezze. «Il voto degli italiani all’estero si è rivelato un meccanismo confuso, pieno di possibili rischi di errori e imbrogli», sintetizza Rajo, rivelando che peraltro, almeno in Australia, le schede sono state stampate direttamente in loco. E, conclude il giornalista, «spedite in alcuni casi a cura delle stesse tipografie agli aventi diritto al voto».