In Emilia spunta la Catwoman di Bersani

Bologna Per i bene informati, anche all'interno del gruppo consiliare Pd, è un segreto di Pulcinella. Mentre la procura di Bologna apre un'inchiesta conoscitiva sull'uso dei fondi da parte dei gruppi politici e mentre prosegue lo scontro tra i dipietristi e il transfuga dell'Idv Matteo Riva, cacciato perché voleva conoscere le spese del suo gruppo, si scopre che la gestione dei fondi ai gruppi consiliari, non è poi così cristallina. O almeno, lo sarebbe se i consiglieri sapessero nel dettaglio tutti, ma proprio tutti, gli usi che si fanno dei cospicui budget ad appannaggio dei partiti. Ad esempio in casa Pd, i consiglieri non hanno ancora capito come sia stato possibile che la collega Rita Moriconi (nel tondo) avesse a disposizione non uno, ma ben due portaborse. Lei, che finì sulle cronache per via di quella «boutade» del consigliere Pdl Fabio Filippi che la accostò, in quanto eletta nel listino del governatore Errani, a Nicole Minetti. Però, per via di quell'accordo pre-elettorale tra i Democratici e il Partito socialista, non solo oggi ha a disposizione due collaboratori che sono entrati in Regione a tempo pieno, ma ha anche avuto la fortuna di avere un «trattamento particolare» sul budget complessivo ad uso Pd. Tra i corridoi di viale Aldo Moro, soprattutto dalle parti della maggioranza, la vicenda è nota. Però se ne parla poco anche perché «a noi consiglieri fanno vedere soltanto le macro voci relative ai fondi di gruppo: non possiamo sapere nel dettaglio tutto».
Tutto nasce con un accordo verbale prima delle elezioni tra il Psi e il partitone rosso. Una volta eletta, la Moriconi, che non ha costituito un gruppo autonomo, ma è entrata in quello del Pd, ha chiamato nella sua segreteria particolare i due assistenti. «Tutti a tempo pieno e soprattutto assunti ex novo dalla Regione - tuona un collega indignato - quando a noi tocca spesso dividere un portaborse con un altro eletto». La cosa è perfettamente regolare, tanto che nessuno nel palazzone del quartier generale di Errani ipotizzerebbe illeciti. È semmai un fatto di opportunità politica, di comportamento non proprio consono con i tempi che la politica sta vivendo e che fa dire ai maligni che «se a Roma il Pdl aveva il suo Batman, qui a Bologna potremmo avere Catwoman».
La socialista smentisce tutto: «Ci mancherebbe che avessi anche un budget tutto mio», spiega al Giornale. «Escludo categoricamente di avere un trattamento del genere da parte del gruppo Pd. Se devo organizzare un evento politico, o un convegno, anche io, come i colleghi pesco dal plafond a disposizione del gruppo». Dunque, tutto ok? Per la Moriconi sì, che tra l'altro ci comunica anche il suo stipendio mensile: 4.900 euro netti al mese. Qualche cosa in più rispetto alla media dei colleghi che devono lasciare giù la quota per il partito. Ma se è molto complicato andare a vedere nelle pieghe dei fondi, è vero che quello che i maligni chiamano un «trattamento personalizzato» trova la sua ragion d'essere nel fatto che i due collaboratori ci sono e percepiscono regolare stipendio. Se ne potrebbe fare a meno? In molti sono convinti di sì, anche perché nei mesi scorsi il presidente dell'assemblea, il renziano Matteo Ricchetti, si è sforzato parecchio per mettere a dieta il consiglio, con evidenti risultati come ad esempio sulle sue spese di rappresentanza che ammontano ad appena 11mila euro.
Ma le sacche sono dove meno te lo aspetti. Viene in mente l'intemerata di Bersani il 18 settembre a Ballarò che si stracciò le vesti perché «non bisogna mettere tutto nel mucchio: nel Lazio ci sono 19 commissioni consiliari, nella mia regione solo 7». Appunto, in realtà ce ne sarebbero sei, ma l'ente ha pensato bene di aggiungerne un'altra chiamata «Pari opportunità», esattamente come una delle prerogative che spettano alla «Commissione V Scuola, turismo, scuola e cultura». Quest'ultima ha potere legislativo e costa, tra presidente, indennità, gettoni e spese varie, circa 200mila euro all'anno. Esattamente, guarda un po', come la Commissione Pari opportunità, che però ha soltanto potere consultivo e al massimo organizza convegni o esprime pareri, ma che alla fine dell'anno pesa tanto come l'originale. Chissà se a Bersani questo glielo avevano detto.

Commenti

Gianfranco Rebesani

Dom, 30/09/2012 - 09:27

Cambiano le siglie, ma quasi tutti gli ex P.C.I. fanno parte dell'attuale PD. A metà egli anni '70 del secolo scorso vi era il partito "dalle mani pulite" (P.C.I.)perchè,meno ingenui dei demopcristiani, si facevano infilare le mazzette direttamente nelle tasche,senza toccarle. Oggi sono i soliti "puliti" perchè,legalmente, da smaliziati come sono, si inventano commissioni,consulenze e quant'altro ad hoc. La forma legale è salva e la mangiatoia continua, tanto la Corte dei Conti non può o non vuole intervenire.