Faida tra pm a Milano E il procuratore capo è indagato dal Csm

A questo punto, la Procura della Repubblica di Milano è troppo stretta per tutti e due. Ieri il Consiglio superiore della magistratura apre formalmente due inchieste sulla base delle accuse che il procuratore aggiunto Alfredo Robledo ha lanciato contro il suo capo Edmondo Bruti Liberati e la sua gestione di uno degli uffici giudiziari più delicati del paese. Non potevano restare lettera morta, le accuse di Robledo. Ma l'impeachment di Bruti arriva a tempo di record. La faccenda ormai si è spinta troppo oltre per essere sopita. Per la prima volta da vent'anni, le lacerazioni interne della Procura milanese sono diventate di pubblico dominio.
E se il ministro della Giustizia Andrea Orlando continua a comportarsi come se la cosa non lo riguardasse (mentre in passato sono stati inviati gli ispettori a Milano per molto meno) la decisa entrata in scena del Csm rende impossibile che si chiuda a tarallucci. Come dice il responsabile giustizia di Scelta Civica, Andrea Mazziotti: «Se le accuse risultassero fondate, emergerebbe una situazione di grave violazione dei principi di corretta gestione di una procura importante come quella di Milano da parte del procuratore capo, che non potrebbe che condurre a sanzioni severissime». «Se l'esposto risultasse infondato», aggiunge Mazziotti, a pagare dovrà essere Robledo.
Così stanno le cose. Su Bruti Liberati, più della assegnazione del fascicolo Ruby a Ilda Boccassini, pesa l'accusa di Robledo di avere dimenticato in cassaforte il fascicolo di inchiesta sulla privatizzazione della Sea da parte del Comune di Milano. L'accusa (implicita ma netta) è di avere avuto un occhio di riguardo per la giunta di sinistra che governa Milano, e che aveva nel suo assessore al bilancio Bruno Tabacci il principale sponsor dell'operazione Sea. Quando Robledo può finalmente partire con la sua indagine, scopre che a brigare era proprio la portaborse di Tabacci: ma per bloccare l'appalto e scoprire altre complicità, ormai era tardi. Ma più delle reverenze politiche, a Bruti viene contestata una gestione dell'ufficio tutta interna al mondo di Magistratura Democratica, appoggiata su alcuni «vice» (Francesco Greco, Ilda Boccassini, Piero Forno) considerati affidabili a scapito degli altri: in primis, il moderato Robledo.
Ora il Csm apre due fascicoli: uno, affidato alla settima commissione, scaverà sulla organizzazione interna della Procura milanese. L'altro, gestito dalla prima, dovrà accertare se ci sono ancora le condizioni per la permanenza di Bruti a Milano. Questo è il nodo cruciale. Dentro al Csm, Bruti ha una sponda potente nel suo presidente, il capo dello Stato. E ha anche dalla sua parte la vasta maggioranza che lo elesse quattro anni fa alla Procura milanese. Ma in luglio il mandato di Bruti scade, e per essere rinnovato nell'incarico ha bisogno del via libera sia del Csm sia del consiglio giudiziario di Milano. Il «caso Robledo» può essere l'occasione per sloggiare Bruti, e per liberare una poltrona appetita da molti suoi colleghi e da tutte le correnti?
Se partisse la lotta alla successione se ne vedrebbero delle belle. Finora Bruti se l'è cavata con equilibrio. Ha dato via libera alle inchieste su Berlusconi per il bunga bunga, ma ha anche mostrato la sua anima garantista sul caso Sallusti. Se oggi se ne andasse, tra le candidature più forti a prendere il suo posto (visto che Armando Spataro andrà a Firenze o a Torino) ci sarebbe quella di Ilda Boccassini. Ed è anche per evitare le leggendarie asprezze caratteriali della dottoressa che molti pm oggi a Milano si augurano che Bruti non salti.
Quali siano le sue intenzioni il procuratore non lo dice, come (pur mostrandosi assolutamente tranquillo) non spiega come intende replicare alle accuse di Robledo. Vuole restare al suo posto o ha altre intenzioni? Di sicuro c'è che lo scorso ottobre, al momento del sessantanovesimo compleanno, ha comunicato al Csm la sua decisione di non andare in pensione e di proseguire il lavoro fino a 75 anni. Insomma, se fosse per lui il vecchio leader di Md resterebbe volentieri al suo posto ancora per un bel po'. Finora ha governato destreggiandosi tra mediazioni e comunicati. Ora, fuori lui o fuori Robledo. Vada come vada, la Procura milanese non sarà più la stessa.