Fassino: Prodi può cadere fra 5 mesi

La rabbia del segretario Ds: "Se non si fa niente e le amministrative vanno male ne pagheremo tutti le conseguenze". Irritazione a Palazzo Chigi: "Cose da prima Repubblica"

Roma - «Non possiamo rischiare di sfasciare tutto». Uno dopo l’altro, gli uomini di governo della Quercia ieri hanno gettato acqua fredda sulle grida d’allarme del segretario della medesima Quercia. Perché «non possiamo rompere con Romano Prodi», come nota Massimo D’Alema.
Piero Fassino ha deciso di convocare tutti gli esponenti di governo diessini, insieme ai responsabili dei gruppi parlamentari, per cercare di rilanciare un’offensiva «riformista» da portare al tavolo del summit di centrosinistra a Caserta, che si aprirà giovedì. Riunione a porte chiuse all’Hotel Parco dei Principi di Roma, con il «vincolo del silenzio» esplicitamente chiesto a tutti i partecipanti e gli addetti stampa dei ministri fuori dalla porta. Un Fassino molto preoccupato e anche molto irritato, quello che ha deciso questa mossa a sorpresa che non ha convinto D’Alema («dovremmo stare attenti a non imbarcarci in discussioni che non portano a niente», si è lasciato sfuggire prima di entrare in riunione) e che non è piaciuta per nulla a Palazzo Chigi: «Un’iniziativa da prima Repubblica, il segretario di un partito che convoca i ministri per dettare l’agenda al governo», è il commento gelido che si raccoglie da quelle parti.
Ma il segretario della Quercia non era meno polemico con il premier, ieri, e aveva le sue buone ragioni. La risposta di Prodi all’intervista con cui Fassino chiedeva un’immediata accelerazione delle riforme, sottolineando che i prossimi cinque mesi saranno cruciali per la sopravvivenza del centrosinistra, è stata quasi irridente. Quelle che sono trapelate dall’entourage del presidente del Consiglio anche di più: «Prodi è pronto a tener conto di quel che chiede Fassino, così come di quel che chiedono tutti gli altri. Poi tocca a lui la mediazione, che è l’unico modo per governare questo centrosinistra». E ancora: «Battere i pugni sul tavolo per ottenere le riforme è solo un esercizio sterile».
Comprensibile dunque l’irritazione del leader ds. Sul tavolo del quale, oltre alla bomba fatta esplodere dalle dimissioni di Nicola Rossi e dal suo feroce j’accuse contro la leadership del centrosinistra, stanno piovendo i sondaggi commissionati nelle città dove si voterà per le amministrative. E i risultati sono allarmanti, per l’Unione (anche se la sinistra radicale pare cavarsela bene) e soprattutto per i Ds. Città chiave come Verona e Genova, dove governa l’Unione, sono a rischio.
E così, raccontava ieri un autorevole dirigente ds ad alcuni alleati, «Piero è furibondo con Prodi», e deciso a dettare una sorta di ultimatum, illustrato ai suoi più o meno in questi termini: «Posso anche fermarmi, se dà fastidio che ricordi al governo che senza un immediato colpo d’ala rischiamo di perdere i contatti con intere fette dell’opinione pubblica. Ma se tra cinque mesi non è successo nulla e le elezioni vanno male, le conseguenze le pagheremo tutti. E anche il governo Prodi può cadere». Un ultimatum che nella sinistra dell’Unione non viene sottovalutato: la sofferenza dei Ds, schiacciati e resi ininfluenti dall’asse Prodi-Bertinotti, è sempre più palese. «La Quercia sta vivendo un calvario di cui non si vede la fine», nota il ds Caldarola. E dentro Rifondazione si guarda con sospetto alle manovre sulla legge elettorale e all’iniziativa presa da Giuliano Amato, dietro la quale si intravede un’ipotesi di larghe intese Ulivo-Forza Italia per ripristinare il maggioritario e andare a elezioni anticipate. Senza Prodi, naturalmente, il quale invece ha garantito ai «piccoli» che il doppio turno non è sul tavolo.
Se però Fassino sperava di trascinare i suoi ministri all’offensiva ieri è stato deluso. Anzi, i più lo hanno frenato. Persino il «suo» Damiano, titolare del Lavoro, sottolinea che «le riforme si fanno con i tempi necessari e trovando la sintesi». «Le tue sollecitazioni sono giuste», ha detto la capogruppo Anna Finocchiaro, «ma dobbiamo stare attenti a non far saltare equilibri già precari. Al Senato non abbiamo più la maggioranza e siamo a rischio ogni giorno, se ci scontriamo con Rifondazione si sfascia tutto». Bersani ha ricordato che il carnet di riforme del governo è già ricco, e andrà avanti «ma senza elettrochoc»; D’Alema (prima di salire a Palazzo Chigi, convocato a cena dal premier insieme a Rutelli e ad altri ministri dell’Ulivo) ha invitato a prendere atto che «gli equilibri di questa coalizione sono quelli che sono», e che i Ds non possono permettersi di «rompere con Prodi».