La figlia del droghiere cambiò Londra (e il mondo)

L'asse con Reagan segnò la storia del secolo scorso Lottò contro l'Ira e fece la guerra delle Falkland

Circa vent'anni fa, ebbi occasione di chiedere all'avvocato Agnelli che cosa mancasse all'Italia per essere un Paese più efficiente. Con mia sorpresa, rispose senza esitazione: «Un decennio di governo Thatcher». La Signora di ferro aveva vinto da poco la sua terza elezione consecutiva e si cominciava a capire che, oltre al suo Paese, aveva cambiato il mondo. Era riuscita, con Ronald Reagan, a fermare la deriva statalista che aveva contaminato un po' tutti i Paesi, lanciato il concetto delle privatizzazioni che poi ha preso piede quasi ovunque, ridimensionato il potere dei sindacati e ridato fiato a quell'individualismo meritocratico che per troppo tempo era stato mortificato. Aveva non solo governato, ma anche inventato una nuova categoria economica, il «thatcherismo». La cura non era stata indolore, come hanno raccontato anche un paio di film di successo, ma sotto la sua guida la Gran Bretagna aveva cambiato faccia. Da grande malata d'Europa era tornata ad essere una nazione dinamica che, oltre ad anticipare molti aspetti dell'economia postindustriale, aveva ritrovato anche un orgoglio nazionale e una combattività che sembravano perdute e sono invece riemerse con la straordinaria riconquista delle isole Falkland. Il suo patriottismo è stato altrettanto implacabile nella lotta contro i terroristi dell'Ira che cercarono di ucciderla, facendo saltare in aria l'albergo dove si svolgeva il congresso conservatore di Brighton: uno dei suoi fedelissimi vi perse la vita, un altro rimase mutilato, ma lei non cedette mai.

Margaret, nata Roberts da un droghiere di Grantham e da una casalinga, è stata per i Tories un leader sotto molti aspetti «improbabile». Quando entrò in politica, il partito era infatti ancora dominato dal vecchio e un po' stanco establishment. I suoi esponenti, da Eden a Macmillan, erano fedeli alle vecchie idee, ma quando ritornavano al potere dopo un periodo di governo laburista ne davano per acquisite le riforme e - per quanto ce ne fosse bisogno - non avevano il coraggio di tornare indietro. Per cambiare rotta, ci volle una ragazza della piccola borghesia mercantile, che aveva fatto fatica a pagarsi gli studi a Oxford e ne aveva fatta altrettanta per farsi accettare come candidata conservatrice in un collegio marginale. Ma, appena entrata alla Camera dei Comuni Margaret, intanto diventata signora Thatcher, mostrò subito di che pasta era fatta; e, nel giro di pochi anni, divenne prima ministro della Pubblica istruzione nel governo Heath e poi, perse di nuovo le elezioni e dopo una battaglia interna cominciata da outsider contro il parere del marito e di molti amici, capo del partito conservatore. Era il 1975, e per i Tories cominciava davvero una nuova era.

Fu allora, alla vigilia delle sue prime elezioni vittoriose, che ebbi modo di incontrarla. Indossava il solito tailleur blu e aveva la solita acconciatura impeccabile. Non posso dire che fosse simpatica: era dura, impaziente, autoritaria e con una chiara predisposizione alle risposte taglienti. Ma emanava una energia, una capacità decisionale, una fede manichea nelle proprie idee quali non ho più riscontrato in vita mia. Infatti, quando alle successive elezioni riconquistò la maggioranza per i conservatori e si installò a Downing Street, tutte queste caratteristiche prevalsero e le permisero poi di governare per undici anni di seguito.

In questa straordinaria impresa, che non era riuscita a nessun altro premier nel XX secolo, fu aiutata da una serie di circostanze favorevoli. La principale fu che i suoi anni di governo coincisero con quelli della presidenza Reagan, un uomo che condivideva sia la sua ideologia liberale, sia i suoi obbiettivi di politica economica ed estera. I due lanciarono, e affermarono, quella che fu chiamata la «rivoluzione blu», in contrapposizione a quella rossa che fino a quel momento era stata dominante. Nel loro sodalizio, Maggie era quella intellettualmente più forte, Ronnie quello che disponeva del maggiore potere; ma poche volte della storia due statisti di Paesi diversi hanno saputo interagire con tanta armonia ed efficacia. Molte sono le cose per cui Maggie sarà ricordata nei libri di storia: il ridimensionamento dello Stato, con la privatizzazione di tutta l'industria pubblica e di buona parte delle case popolari; il quasi biennale braccio di ferro con il sindacato dei minatori di Scargill per la chiusura delle miniere di carbone ormai improduttive; la conseguente revisione delle leggi sindacali, con l'imposizione di severe regole per la proclamazione degli scioperi che ebbero come risultato una forte riduzione del potere delle Trade Unions sulla vita nazionale; la decisione, da molti considerata antistorica ma rivelatasi poi popolarissima, di inviare un corpo di spedizione nell'Atlantico meridionale per riconquistare un arcipelago battuto dal vento e abitato da duemila pastori. Peccato che la sua ultima iniziativa, quella di imporre una tassa sulla casa assai impopolare, abbia portato, durante il suo terzo mandato a uno scontro con il suo stesso partito che decise cinicamente di liquidarla; ed ancora più peccato che una donna di tale personalità abbia sofferto, una volta pensionata, di una grave forma di demenza senile, messa in luce fin troppo impietosamente in un recente film. Ma spesso il destino è crudele proprio con i più grandi.

Commenti

Gaby

Mar, 09/04/2013 - 18:51

E se penso che noi dobbiamo farci governare da degli imbecilli come Monti....