Finanziaria, si vota. Prodi è sul filo

La maggioranza ieri è stata battuta due volte al Senato. Stasera il voto finale sulla manovra. Intanto l'opposizione si prepara alla mobilitazione per mandare a casa il governo. Truccati i conti della previdenza: <strong><a href="/a.pic1?ID=220357">la riforma costerà più del doppio</a></strong>

Roma - Soltanto oggi sarà possibile conoscere come finirà il thriller della legge finanziaria al Senato. Quando l’aula di Palazzo Madama, dopo un consiglio dei ministri flash (che approverà la nota di variazione al Bilancio, con il taglio di 23,8 milioni degli organi costituzionali), verrà chiamata al voto finale sulla manovra. Romano Prodi è «fiducioso». La sua maggioranza un po’ meno.
Il governo, infatti, viene battuto per 161 a 152 su un emendamento che aumenta di 40 milioni di euro il Fondo a favore del dottorato di ricerca universitaria. A favore dell’emendamento, presentato da An, vota tutta la Casa delle libertà. E sulla strada trova anche i voti di due diniani (Dini e Scalera), di Fisichella (ex di An, eletto con la Margherita e non entrato nel Pd), dei dissidenti Rossi e Turigliatto, e tre astensioni (che al Senato valgono voto contrario). Con la maggioranza vota invece Natale D’Amico (altro diniano).
Ma i problemi della maggioranza non finiscono qui. Il governo dà parere favorevole a un emendamento che introduce in Italia la class action (cioè il risarcimento di massa per i risparmiatori). Un senatore dell’opposizione, Maurizio Sacconi (Forza italia), propone lo stralcio della norma. E il Senato approva la sua richiesta. Contro il parere del governo.
Sebbene in ogni thriller che si rispetti la soluzione arriva alla fine, momenti di tensioni arrivano anche al momento della discussione dell’articolo 91 della finanziaria, quello che prevede un tetto di 270mila euro per i manager pubblici ed alti funzionari dello Stato. Contrari al tetto sono sia i diniani sia Mastella. E il ministro di Giustizia dice in aula che «non voterà l’articolo». Il governo invece è favorevole. Vista la palese spaccatura della maggioranza, il relatore di maggioranza (prevedendo le mosse di Mastella) presenta un emendamento che corregge in parte le norme già approvate in commissione Bilancio.
L’aria si fa pesante. Così, il presidente di turno (Gavino Angius) suggerisce di accantonare la discussione dell’articolo e rinviarla a oggi, con la scusa di dar tempo ai gruppi di presentare sub-emendamenti al testo del governo. Passa l’accantonamento e questa mattina si ricomincia.
Intanto si stanno stringendo i tempi di approvazione alla Camera del decreto legge agganciato alla finanziaria. Scade il 29 novembre e il provvedimento deve tornare al Senato per il varo definitivo. È probabile che oggi stesso il governo chieda il voto di fiducia sul decreto. In tal caso, secondo il regolamento di Montecitorio, verrà votato domani. Ma i problemi arriveranno la prossima settimana quando il decreto arriverà a Palazzo Madama. Fernando Rossi che ha sponsorizzato l’emendamento che raddoppia il bonus per gli incapienti (chi guadagna meno di 50mila euro) ha già detto che non voterà il decreto qualora il bonus venisse riportato ai 150 euro originari. E il testo sul quale verrà chiesta la fiducia alla Camera, prevede proprio questo. Ne consegue, che la maggioranza sul decreto al Senato rischia di assottigliarsi ulteriormente. Ed è per evitare ulteriori spaccature che viene escluso dal ministro Damiano la possibilità che l’eliminazione dello scalone previdenziale possa entrare già nella finanziaria. I diniani voterebbero contro.