Fini: «Mussolini statista? Non la penso più così»

RomaMussolini chi? Il dittatore? Il mascellone? Ecco a voi davanti alla stampa estera il «nuovo» Gianfranco Fini, che martedì alle Fosse Ardeatine ha elogiato la Resistenza e ha ringraziato «chi ha riportato la libertà in Italia, un valore che il fascismo aveva oscurato per vent’anni». Eppure, solo 15 anni fa, per lui il Duce era il più grande statista del secolo. Adesso no, dice, «ho cambiato idea da tempo». E anzi, quando i giornalisti stranieri glielo fanno notare, il presidente della Camera fa una faccia un po’ così. «Sono affascinato dalla sua domanda. È evidente che la risposta sia in quello che ho fatto in questi 15 anni e di cui mi avete dato atto, parlando di percorso storico». Quindi, «no, non sono dello stesso parere, se no sarei uno schizofrenico: un minimo di coerenza, altrimenti avremmo fatto bingo».
Archiviato Benito, Fini deve affrontare l’ombra di un altro personaggio ingombrante. «Berlusconi è da tanti anni il leader perché raccoglie il consenso elettorale. Significa cioè che interpreta il sentimento della maggioranza degli italiani. Volete sapere come fa? È la democrazia». E i rapporti con lui, assicura, sono ottimi. «Io il suo delfino? Qui non siamo in un acquario e nemmeno in una monarchia, ma in una repubblica. Il monarchia si sceglie l’erede, in democrazia c’è il dibattito». Insomma, «quando sarà il momento si discuterà e il partito sceglierà: ora il leader è Berlusconi». E lei, gli chiedono, sarebbe pronto a fare il premier? O punta al Quirinale? «Eduardo De Filippo diceva che gli esami non finiscono mai. Ho fatto il ministro degli Esteri, consentitemi perciò una certa dose di diplomazia».
Oggi Fini incontrerà il Cavaliere, in vista del congresso di unificazione della prossima settimana. Il Pdl, spiega, «non farà la stessa fine del Pd» ma reggerà nel tempo. «Il centrodestra, a differenza del centrosinistra, non ha il problema dei valori condivisi. Noi non siamo la torre di Babele, non c’è alcuna divisione interna sulle cose fondamentali e questa è la ragione per cui tutti gli eletti del Pdl alle prossime europee entreranno nel gruppo del Ppe. In una fase postideologica dobbiamo essere un grande strumento democratico per intercettare il consenso per governare o fare l’opposizione». Ma non esiste, aggiunge, nemmeno il pensiero unico. Fini, ad esempio, si smarca sul biotestamento: «Su questioni eticamente sensibili nessun partito può oggi di re "si fa così". Sono problemi da lasciare alla coscienza dei singoli». Secondo esempio, l’immigrazione: «La crisi non può essere una scusa per togliere lavoro agli stranieri».
Infine, le riforme. Il presidente della Camera considera «un atto politico enorme» non tanto il voto quasi bipartisan sul federalismo fiscale, quanto il sì del governo all’ordine del giorno di Franceschini per rimettere in agenda la bozza Violante sulla seconda parte della Costituzione. «Questo è il modo giusto per costruire l’Italia che verrà».