Fretta per Pontefice e premier Col rischio caos addio vecchi riti

Il Vaticano ha anticipato l'avvio del Conclave e anche le Camere potrebbero essere convocate prima del previsto. Così la crisi accelera i passaggi istituzionali

Le analogie sono interessanti, certamente una conseguenza dei tempi, in cui la velocità assurge a sommo valore. Ma le analogie rispecchiano anche una realtà che non ha soltanto nella semplice rapidità il proprio riferimento. Dunque, nel motu proprio, il Pontefice Benedetto XVI ha invitato il collegio cardinalizio a una rapida convocazione del conclave: in una situazione tanto inedita, o comunque eccezionale, nella vita della Chiesa, meno la sede papale rimane vacante e maggiore sarà il vantaggio per la stessa cattolicità, attraversata da problemi, scandali, tensioni interne che forse noi conosciamo solo in parte. Rapidità è il suggerimento del Pontefice che ci ha lasciato.
Sul colle del Quirinale, il suo inquilino, anch'egli in procinto di andarsene, ha invitato le forze politiche uscite dalle elezioni a essere veloci, a non lasciar passare inutilmente del tempo nell'espletamento delle procedure che, poi, consentiranno al capo dello Stato di aprire le consultazioni che dovrebbero portare all'incarico per la presidenza del Consiglio dei Ministri.
Di là dal Tevere si chiede rapidità nella convocazione del conclave, sul Colle si chiede rapidità nella formazione dei gruppi parlamentari e nella nomina dei presidenti di Camera e Senato.

Enorme è la differenza della portata storica tra i due eventi, e tuttavia qualcosa di significativo e nuovo li unisce. Eravamo abituati a una situazione psicologicamente diversa: la calma, la lentezza dei rituali (sia di quello religioso che di quello laico) apparivano non solo come caratteristiche di una prassi consolidata nel tempo, ma anche una modalità opportuna per prendere con la dovuta meditazione e ponderata riflessione decisioni fondamentali. La velocità sarebbe potuta apparire cattiva consigliera e, perfino, superficiale consigliera.

È cambiato tutto, oppure sta cambiando tutto: su quello che è accaduto nella Chiesa con le dimissioni del Pontefice si sono scritti fiumi di parole su cui è superfluo ritornare: è naturale che alla novità dell'evento seguano comportamenti altrettanto nuovi. In queste ore abbiamo notizia di cardinali, che abitano nell'altra parte del mondo, che si stanno mettendo in viaggio, abbandonando in fretta e furia le loro sedi, che si troveranno ad accelerare valutazioni e decisioni di fronte a situazioni inedite, poco convenzionali a forme di comportamento consolidate nei secoli.
La politica italiana non ha procedure secolari come la Chiesa, ma nella storia repubblicana non si è mai ascoltata, o soltanto avvertita, questa esigenza, sollecitata dal capo dello Stato, a non perdere tempo. Semmai si assisteva al compiacimento dei nostri politici per il procedere con passo sonnolento sul cammino che portava al rinnovamento delle istituzioni dopo la tornata elettorale. Tempi lunghi, colloqui possibilmente interminabili con cui si stringevano alleanze e compromessi, che nuove considerazioni e riflessioni potevano revocare. La politica italiana è sempre stata lenta e poco decisa nelle assunzioni di responsabilità: il presidente Napolitano chiede di voltare pagina.

Le situazioni nuove della politica italiana sono sotto gli occhi di tutti, e altrettanto della Chiesa di Roma. Generalmente non è sbagliato pensare che, quando ci si allontana dalla tradizione, domina un sentimento di smarrimento, che porta alla perdita di quell'identità individuale e collettiva da cui si genera il senso di appartenenza a una società, a una religione. Ed è evidente che i due eventi dei quali stiamo parlando hanno - ciascuno nelle proprie proporzioni - messo in crisi un modello di tradizione a cui il nostro popolo fa tuttora riferimento.
Eppure nei due «gesti» del Papa e del Presidente c'è grande intelligenza nel comprendere lo spirito del tempo. Il rispetto delle tradizioni avrebbe presumibilmente danneggiato le istituzioni di cui hanno la massima responsabilità: quindi con la consapevolezza di assumere decisioni che la storia giudicherà, hanno anticipato i tempi, per non farsi dominare dal tempo, consentendo alla «tradizione» di rinnovarsi e non sgretolarsi rispettando un'anacronistica fedeltà al passato.

Commenti

odifrep

Dom, 03/03/2013 - 22:33

La fretta è cattiva consigliera. O come dicono a Napoli : fa nascere i piccoli ciechi.

carlo5

Lun, 04/03/2013 - 03:03

Belle parole ma la realtà è più dura. Il pontefice che lascia è cosa grave non è quel senso di responsabilità che dicono abbia avuto nell'avere lasciato. Il papa è il papa e se abbandona pure Lui in noi, che lo vedevamo come baluardo alle peggiori sventure, sovviene smarrimento, perdita di sicurezza, voglia di credere nel futuro. Il papa è il papa e lui non deve abbandonare, per noi è messo sul soglio da Dio tramite il conclave, se lascia che cosa è il conclave? Una resa dei conti come nel nostro parlamento terreno? Questo parallelismo il credente non avrebbe mai voluto farlo e la fretta avvertita sa tanto di poco sacrale e tanto di terreno da controllare, siamo le pecorelle a cui hanno ammazzato il pastore o il cui pastore si e' suicidato. Il papa deve rimanere in croce come il Cristo. Se scende e se ne va non ci intontite con la teologia delle giustificazioni, lasciateci soli come lo è l'uomo abbandonato al suo destino.