Gasparri e Chiti d'accordo: pronto un ddl bipartisan per eliminare gli abusi

RomaSono Giorgio Napolitano e Paola Severino a cercare il modo, ora, di far fronte alle conseguenze della clamorosa condanna al carcere per diffamazione confermata dalla Cassazione ad Alessandro Sallusti. Il caso del direttore de il Giornale dà, finalmente, una scossa alla politica ed è in arrivo una nuova legge per correggere, dopo quasi 70 anni, quella attuale.
La Guardasigilli sale sul Colle in mattinata e poco dopo una nota del Quirinale chiarisce che il capo dello Stato e il ministro «hanno convenuto sulla esigenza di modifiche normative in materia di diffamazione a mezzo stampa, tenendo conto delle indicazioni della Corte europea di Strasburgo, non escludendo possibili ricadute concrete sul caso Sallusti».
La volontà di intervenire, subito e anche sulla vicenda specifica, è chiara. A trattare perché si giunga a una soluzione sono l'ex premier Silvio Berlusconi, Gianni Letta, il presidente del Senato Renato Schifani, e il sottosegretario Antonio Catricalà. «Il tema - dice Paola Severino - è maturo». La strada più probabile sembra quella parlamentare, ma con una corsia preferenziale, anche se ancora non è escluso un decreto legge che il premier Monti, di ritorno oggi dagli Usa, potrebbe firmare nei prossimi giorni, né la grazia.
La nuova norma che per questo tipo di reati trasformerebbe il carcere in pena pecuniaria, non avrebbe solo effetto per il futuro ma sarebbe retroattiva. E la detenzione di 14 mesi per il direttore de il Giornale, sospesa per 30 giorni, potrebbe trasformarsi in una multa. È già previsto nell'articolo 2 del Codice penale, che per il principio del favor rei se viene abolito un reato o si cambia la pena da detentiva a pecuniaria, la norma si applichi retroattivamente anche nel caso di condanna definitiva. Gli esperti la chiamano «retroattività illimitata».
È necessario, per Napolitano e la Severino, adeguarsi al principio basilare fissato dalla Corte europea dei diritti dell'uomo: punire con il carcere un reato a mezzo stampa non è compatibile con la libertà di espressione dei giornalisti, garantita dall'articolo 10 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo. La prigione, per i giudici di Strasburgo, può essere solo l'extrema ratio, in casi gravissimi, come l'incitamento all'odio o alla violenza. Anche l'assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa chiede dal 2007 la depenalizzazione del reato e così l'Osce.
La Guardasigilli, poi, ha spiegato che la riforma dovrebbe uniformarsi all'orientamento europeo in particolare sulla figura del direttore responsabile e il reato di omesso controllo. In questo caso, infatti, Sallusti non ha scritto l'articolo giudicato diffamatorio verso un giudice torinese, ma ne risponde oggettivamente come direttore di Libero quando nel 2007 fu pubblicato il pezzo firmato con lo pseudonimo Dreyfus. Solo ora si scopre che l'autore era Renato Farina, deputato Pdl. Per il legale di Sallusti, Vincenzo Lo Giudice, ciò potrebbe rappresentare una nuova prova, sufficiente per chiedere la revisione del processo. Ma ci vorrebbe il consenso del direttore, che non c'è. La nuova legge, allora. E il ministro della Giustizia, più che quella del decreto, indica due strade percorribili: «Si può riprendere la proposta pendente in Parlamento e calendarizzarla velocemente, oppure un ddl del governo. Credo però che un ripescaggio del ddl in commissione potrebbe consentire un'approvazione rapida, magari in sede deliberante. Sarebbe una soluzione, l'intesa di massima sui contenuti c'è». Anche il vicepresidente del Csm Michele Vietti auspica una modifica della norma, ma aggiunge che rimane grave il reato di chi lede la reputazione altrui.