Il gesto irrevocabile di fronte all’abisso

di Di fronte a un gesto assoluto e irrevocabile come il suicidio, cerco sempre di immaginarmi l’abisso di disperazione che ha provocato la volontà di togliersi la vita. Penso al senso di colpa così profondo da non poter essere tollerato al punto di preferire la morte. Oppure alla vergogna come conseguenza degli atti commessi, al giudizio delle persone che contano, all’incapacità fisica di reggere il confronto con eventuali inquirenti che vogliono o devono conoscere ciò che è stato compiuto, all’ingiustizia che si presume di patire.
Dalla colpa alla vergogna, alla debolezza fisica, all’ingiustizia: stati d’animo differenti, situazioni diverse che però mi pongono sempre la stessa domanda. Valeva la pena suicidarsi? È mai possibile che nulla e nessuno siano stati in grado di fermare il gesto estremo che cancella il dono più misterioso, la vita?
Chi di noi non si è posto almeno una volta la domanda sul significato della sofferenza, sul perché del dolore? O si è chiesto, con un’angoscia ancora più disperata, perché dovere patire il male quando si è nel giusto? Sappiamo che la filosofia, la letteratura, si sono interrogate sul suicidio, sul dolore che porta alla decisione di togliersi la vita. Casi diversi di persone diverse, realtà culturali, economiche, sociali, religiose neppure minimamente confrontabili finiscono per convergere nel gesto estremo di chi ha scelto di morire piuttosto che affrontare le difficoltà e i giudizi che attendono nelle prossime ore, nei prossimi giorni.
C’è stato un tempo della nostra storia recente che ha visto suicidarsi persone importanti, da Gardini a Cagliari, a Moroni, ad altri che ricoprivano cariche pubbliche rilevanti e che si sono tolte la vita per non varcare le soglie della prigione, per non subire la gogna mediatica, per non essere in grado di sopportare l’ingiustizia e le durezze del carcere. Sono storie che conosciamo perché i protagonisti erano illustri, e la cronaca non poteva ignorarli. Ci sono storie di gente anonima che si toglie la vita, storie note soltanto alla cerchia ristretta dei parenti e degli amici. Ma le motivazioni del suicidio rimangono sempre le stesse, riassumibili sempre nella stessa incapacità di vedere proiettata la propria vita in un futuro che ha alle spalle la sofferenza della sconfitta.
Le persone conosciute, gli amministratori che operano in strutture di grande importanza sociale, come l’ospedale San Raffaele (è il caso di Cal), hanno un punto di debolezza in più rispetto alla gente comune: l’inevitabile (e più che comprensibile) interessamento dei mezzi di comunicazione. I giornali, la televisione devono dare le notizie: talvolta sono approssimative, non hanno quell’esattezza formale che l’interessato vorrebbe, così la cronaca finisce talvolta per diventare un atto d’accusa che precede il giudizio degli investigatori. Si ha a che fare con quella gogna mediatica che aggiunge dolore al dolore, vergogna alla vergogna, che aggiunge un ulteriore, crudele motivo che provoca la scelta del suicidio.
Certo, è facile mettere l’informazione sul banco degli accusati per il suo modo di affrontare la comunicazione, ma chi è sotto i riflettori per un motivo o per un altro, godendo dei vantaggi di quella luce, deve sensatamente immaginarsi anche gli svantaggi che potrebbe dare quella stessa luce.
Noi, proprio in questi giorni, vediamo personaggi politici che con perentoria sicurezza affrontano il giudizio sul proprio operato. Ci appaiono indistruttibili di fronte ad accuse pesantissime e non temono la sconfitta. Altri sono deboli e ci accorgiamo della loro fragilità quando ormai è tardi, quando la loro decisione ha voluto annientare la vita di fronte al futuro che l’attendeva. Anche la sconfitta ha una sua nobiltà per chi è nel giusto, ma talvolta è proprio la consapevolezza che questa nobiltà non venga riconosciuta a gettare in quella disperazione che porta al suicidio.